Animali selvatici tra noi: chi sono

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Cinghiali, scoiattoli grigi americani, nutrie, daini, minilepri e tanti altri. Sono animali “alloctoni“, cioè alieni o esotici, provenienti da un diverso ambiente naturale, he hanno invaso i nostri territori, varcato i confini delle aree rurali e boschive per spingersi fino al limite di quelle urbane causando incidenti, danni all’agricoltura e all’ambiente. A questi si aggiungono anche altri animali comuni come cornacchie, gabbiani o perfino rapaci notturni che si sono allontanati da loro luogo di origine per diffondersi nelle zone di città spesso con conseguenze negative. La soluzione proposta da molti è l’eliminazione con metodi violenti che però, finora non ha portato buoni risultati. C’è invece chi propone per loro soluzioni etiche, meno drastiche e più efficaci.

 
Qualche dato

In Italia, secondo il progetto DAISIE (Delivering Alien Invasive Species Inventories in Europe) ci sono 1516 specie alloctone di cui 253 in Sicilia e 302 in Sardegna. Si stima che, in Europa, delle 10mila specie aliene invasive presenti il 10-15% avrà un impatto negativo mentre uno studio realizzato nel 2009 ha valutato in 12 miliardi di euro l’anno il costo che ci procureranno questi animali (dati LAV). Non stupisce che verso di loro sia stata attuata una vera e propria “guerra” con piani di abbattimento anche violenti e non condivisibili.

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Da dove arrivano

In genere, in natura, le specie non migrano. Se lo hanno fatto, la causa è dovuta al’intervento dell’uomo. La maggior parte degli animali sono stati introdotti nel nostro paese in maniera volontaria per interessi commerciali anche a fini venatori o come specie da compagnia, all’inizio detenute in cattività e poi rilasciate in libertà volontariamente oppure che scappate accidentalmente. Alcuni poi sono animali provenienti da allevamenti da pelliccia, giardini zoologici o acquari ormai chiusi.Infine, il 90% delle specie invertebrate giunge come contaminante a bordo di aerei o altri mezzi di trasporto anche con l’importazione di piante.

Vivere vicino all’uomo è più facile

Allontanati dalle zone rurali a causa dell’avanzare della cementificazione, nelle aree abitate dall’uomo gli animali selvatici trovano ricche fonti di cibo senza difficoltà: i cumuli di spazzatura e di immondizia lasciati per le strade li attirano perché possono fornire nutrimento senza  fatica. Invece case e cascine possono fornire  luoghi sicuri in cui costruire la tana e proteggere i piccoli da pericoli come predatori e cacciatori.

Chi sono ?

Quali sono e da dove sono arrivati questi animali che dai boschi si sono spinti fino ai limiti urbani? Ogni specie ha una storia a sé ma è accomunata alle altre dall’intervento umano, in particolare dei cacciatori, che le hanno introdotte inizialmente a fini venatori. Eccone alcune.

Cinghiale euroasiatico

Nell’800 e ai primi decenni del 1900 il cinghiale in Italia occupava una zona decisamente più limitata di quella odierna, ma negli anni Cinquanta venne introdotta, ai fini venatori, una popolazione di cinghiale selvatico orientale proveniente da Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia. Si tratta quindi di immissioni, autorizzate o clandestine, effettuate da enti che hanno assecondato le richieste delle associazioni venatorie, appunto a scopo di caccia. Il cinghiale euroasiatico (Sus s. Scrofa) è una specie più grande della sottospecie indigena Sus scrofa majiori, originaria della penisola italiana, e di Sus scrofa meridionalis (presente in Sardegna ma di origine diversa), ed è in grado di riprodursi anche tre volte l’anno e con un numero di piccoli decisamente più alto. Oggi i cinghiali in circolazione sono per lo più ibridi con specie provenienti dall’Europa orientale e anche ibridi derivanti da accoppiamenti fra cinghiali e suini lasciati al pascolo, definiti “porcastri”. Purtroppo, sono anche molto prolifici e il cinghiale non ha altri predatori che il lupo (che prolifica molto meno). In Italia l’introduzione del cinghiale euroasiatico ha causato la scomparsa quasi totale delle sottospecie locali. I cinghiali selvatici sono accusati di danni alle coltivazioni locali e alle riserve naturali. Ciononostante non sempre viene presa in considerazione una politica di eradicazione (non cruenta) o di controllo della popolazione perché le lobby dei cacciatori si oppongono.

Scoiattolo grigio

In pochi forse lo sanno: da alcuni anni in Italia sono presenti due specie di scoiattoli, quello rosso e quello grigio. Il primo (Scirius vulgaris) è endemico, il secondo (Scirius carolinensis o scoiattolo americano) è stato introdotto nel Paese in diverse occasioni a partire dal 1948 (a Stupinigi in Piemonte) fino ad arrivare, più recentemente, al 1994 a Trecate (NO). Lo scoiattolo grigio ha preso possesso del territorio, formando diversi nuclei abitativi (Piemonte, Liguria, Umbria e Toscana), perché è più forte di quello rosso e ha un peso corporeo maggiore: così tende a privare il secondo delle scorte invernali e viene accusato di scortecciare gli alberi e danneggiare le piantagioni arboree. Nei confronti dello scoiattolo grigio è in atto una vera “guerra” dal 2012 con piani di eradicazione anche cruenti. Come per gli altri animali, però, è stato notato che uccidendo sempre più soggetti tende ad aumentare la capacità riproduttiva di quelli che sopravvivono. Ancora una volta, solo il divieto totale di importazione, allevamento e vendita di queste specie (come da proposta della Commissione Europea nel 2013 e che forse dovrebbe entrare in vigore quest’anno) rappresenta un punto di partenza reale per un contenimento numerico.

La minilepre

La Sylvilagus floridanus è una minilepre proveniente dall’America occidentale che venne introdotta dai cacciatori in Piemonte nel 1966. Da allora ha colonizzato le pianure e le zone collinari, occupando le nicchie ecologiche della lepre comune europea e rappresentando una minaccia per la sopravvivenza di quest’ultima. I contadini e gli agricoltori in genere lamentano i danni ingenti provocati dalle minilepri alle coltivazioni.

Il daino

Molte specie di cervidi, come il daino (Dama dama), nativo del Medio Oriente, sono oggi considerate come invasive da eradicare. Venne introdotto inizialmente in Italia nel Neolitico estinguendosi diverse volte. Reintrodotto all’epoca degli antichi Romani, per essere cacciato in tutta Europa, è “accusato” di competere con il capriolo e con il cervo, oltre ad essere considerato un serbatoio per diverse malattie degli animali “da allevamento”. Nella Foresta della Mesola (in Romagna) il daino si estinse nel 1945: reintrodotto nuovamente si è sviluppato in grande misura, arrivando a danneggiare i pascoli. I tentativi di eradicazione e controllo con la caccia iniziati nel 1982, non hanno fatto altro che esacerbare il problema: ne sono stati uccisi 3.180 ma continuano a crescere in numero. Per questa ragione sono state fatte alcune proposte di contenimento attraverso immunocontraccezione.

Il ratto

Ecco un altro animale da sempre nel mirino: il ratto (che in molti confondono con il topo). I ratti (norvegicus, rattus, exulans) sono presenti in oltre 80% delle maggiori isole del mondo con un impatto soprattutto per gli uccelli marini. Accusati di portare malattie e devastazioni vengono uccisi con esche velenose contenenti “Brodifacoum”, un veleno che, però, resta poi a lungo anche nei tessuti e negli organi dei predatori ed altri animali mettendo a rischio l’intero ecosistema. Ecco, perché, anche in questo caso si stanno cercando di sperimentare metodi per il controllo della fertilità.

 

Il controllo: sterminare o sterilizzare?

L’art. 11 della Legge Quadro sui Parchi prevede il divieto di “cattura, uccisione, danneggiamento, disturbo delle specie animali”. Tuttavia non sono poche le Regioni che hanno più volte minacciato o attuato piani di abbattimento cruenti come la caccia con armi da fuoco (ma anche avvelenamento o con trappole o tagliole), messi in pratica anche in Parchi o aree protette. Tra i più recenti: il piano di abbattimento, in tre anni, di 250.000 tra cinghiali e caprioli proposto dalla Regione Toscana per rispondere all’emergenza ungulati.

Le proposte alternative sostengono, invece, il controllo della popolazione attraverso metodi non cruenti. Restando proprio in Toscana, il Parco Regionale della Maremma (dove è numerosa la presenza dei cinghiali) sta lavorando insieme al biologo Andrea Sforzi e all’ecologa Giovanna Massei per mettere a punto un sistema non cruento di controllo della fauna selvatica. Si tratta del BOS (boar-operated-system) un congegno utilizzato per distribuire cibo arricchito di farmaci ai cinghiali e ai maiali selvatici e che dovrebbe essere utilizzato, in seguito, per somministrare vaccini orali GnRh (Gonacon) allo scopo di sterilizzare gli animali.

Oltre a essere non cruento, questo metodo è anche più efficace: è stato dimostrato infatti che la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta quando gli animali sono sottoposti a pressione venatoria elevata. In pratica: quando la caccia è più intensa, la maturità sessuale dell’animale viene raggiunta prima (entro la fine del primo anno di vita), mentre nei territori in cui sono presenti pochi cacciatori la moltiplicazione dei cinghiali è minore.

 

 

 

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