Napoli Pride, la storia di Giuseppina e della sua personale rivoluzione

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Si conclude con questo post il nostro viaggio per i pride d’Italia attraverso le vite delle persone che vi partecipano. Oggi è il turno di una persona eccezionale che sarà al corteo di Napoli e che ci racconta la sua personale rivoluzione.

“Il desiderio dei figli era talmente presente, che è venuto fuori il primo giorno che ci siamo scoperte innamorate”. Accadde nel 1982, più di trent’anni fa. Giuseppina era in spiaggia con Raphaelle, su “una distesa infinita di ciottoli grigi e davanti il mare del Nord ancor più grigio”. Un amore, il loro, nato tra i banchi di scuola, al liceo in Francia, e destinato a diventare futuro. E si dissero che non avrebbero potuto avere figli, lì al cospetto delle onde. Ignare che il destino tramava altrimenti. “Negando la possibilità di essere genitori, in verità ne affermavamo il desiderio” mi dice ancora, con voce morbida “ma era tanto l’amore per lei che ero disposta a rinunciarvi”.

La storia di Giuseppina La Delfa, attivista di punta del movimento Lgbt italiano e fondatrice di Famiglie Arcobaleno, è diventata un libro: Peccato che non avremo mai figli (Aut Aut edizioni, Palermo, 2018). Una storia che ha la delicatezza della poesia, il vigore della testimonianza e la bellezza della narrativa. Il titolo è lo stesso di quel rimpianto destinato a essere sconfitto. Passano diciotto anni, fino al 2000: “Sono pronta, mi disse Raphaelle”. E così comincia un altro capitolo della loro storia.

“Prima di essere lesbica sono una donna, una persona. Tutti noi facciamo i conti con il desiderio di genitorialità” mi rivela, con quella pacatezza di chi ha vinto una lotta durissima. “Tutti noi ci poniamo di fronte all’idea di crescere un altro essere umano: è un’idea che ci rende potenti. Creare vita, indirizzarla… è una risposta alla morte. È questo che ci rende esseri umani, prima di ogni altra cosa”. Il desiderio di essere madre c’era “prima di scoprirmi lesbica” confessa. Ma bisognava lottare.

Non era facile vivere in Francia, negli anni ’80. “La mia vita è stata una lotta perenne. A un certo punto, la maestra chiamò mia madre, lamentandosi perché picchiavo i compagni. Non mi piaceva, già da bambina, che ci fossero cose per maschi e per femmine. Non accettavo un destino in cui se eri donna c’era il matrimonio, la famiglia o la fabbrica, da lasciare comunque dopo il primo figlio per dedicarti al marito“. In un mondo che gli altri avevano ritagliato su misura per lei, senza chiederle il permesso e ignorando i suoi desideri, l’unico modo per spezzare quelle catene era un atto di ribellione.

“I libri mi hanno aiutato molto, nella mia corsa verso la libertà. Erano l’aria che respiravo. Paradossalmente, il dono più bello me lo fece proprio la chiesa, per la comunione. Mi regalarono un abbonamento per la biblioteca. Lì potevo accedere a tutti i libri”. Il destino aveva cominciato a mettere in ordine le sue tessere. “Mio padre era sospettoso. Quando dicevo qualcosa che non rientrava nella sua visione delle cose, mi diceva ‘questo l’hai letto nei libri, vero?’” I libri, mi dice ancora Giuseppina, sono stati l’inizio della sua personale rivoluzione. “Io questo lo sapevo. Erano tutte le voci che non potevo ascoltare in casa”. Un antidoto a narrazioni prestabilite.

E poi, come sempre avviene, tutto si è mosso quasi da sé. L’inizio della militanza politica: “Eravamo negli anni ’90, c’era un grande fermento culturale e l’abbiamo agganciato”; la partecipazione ai primi pride: “Il primo per me fu quello di Napoli, nel 1996. Oggi andremo nella stessa città, dove abbiamo fatto il nostro primo corteo. Con la mia famiglia. Con mia moglie e i nostri figli”. Un percorso non facilissimo, per chi come Giuseppina è donna, lesbica e migrante, figlia di italiani all’estero: “Abbiamo la memoria corta, le cose che oggi diciamo dei profughi, in passato le dicevano a noi. Ci trattavano come parassiti”, e puoi sentire una nota di biasimo profondo. In quel non ri-conoscersi che genera i mostri del tempo presente. Perché è stato anche parte della sua storia.

“A casa, per molti anni, io e Raphaelle eravamo invisibili agli occhi dei nostri genitori. Non volevano vedere. C’era un muro, un rifiuto totale”. E in quello che sembrava un destino già segnato, di silenzi e incomprensioni, arriva la scelta che ha segnato un prima e un dopo: avere un figlio. “Ma di questo te ne parlo nel prossimo libro” e sorride, al telefono, mentre chiacchieriamo. “Con la nascita di Lisa Marie tutto è cambiato”. Una vera e propria rivoluzione. “Da quel momento siamo tornati ad essere una famiglia”. Perché un figlio, mi ricorda ancora, è quella cosa che sconfigge la morte e ci proietta oltre i confini. Prima di tutto, oltre i recinti che gli altri ci costruiscono attorno, senza chiedere il nostro permesso.

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