Perché Martin al meeting delle famiglie oscurerà tutto il resto

Mia Immagine

di Costanza Miriano

Che invitare padre Martin tra i relatori al meeting mondiale delle famiglie che si terrà a Dublino in agosto sia un errore terribile è evidente. Resta solo da capire se sia stato fatto per ingenuità o ignoranza, oppure perché tra gli organizzatori c’è qualcuno che odia le famiglie.

Dunque, vediamo: dal ’94 ogni tre anni si tiene questo incontro mondiale. L’idea fu di san Giovanni Paolo II: quell’anno le nazioni Unite avevano indetto l’”Anno internazionale della famiglia”, e la Chiesa voleva rispondere con la sua profezia sulla famiglia, la sua visione che tanto aveva – ha – da annunciare al mondo. Ovviamente non è un incontro in cui si dia un aiuto pratico alle famiglie, non è questo il momento in cui la Chiesa si mette al loro fianco, come fa o dovrebbe fare tutto l’anno, parrocchia per parrocchia, realtà per realtà. Anche perché di solito quelle che vanno – a parte quelle del luogo – sono famiglie impegnate nella Chiesa, inserite in qualche cammino, in qualche realtà associativa e che già vivono la fede.

Il punto centrale di questi raduni mondiali dunque è fondamentalmente comunicativo. Devono essere un segno per il mondo, si promuovono idee, c’è il congresso e ci sono relatori molto interessanti e un programma ricco, ma, come dicevo, per quelli già “inseriti”, che vanno lì, mentre per i milioni di famiglie che ricevono il messaggio da casa loro, il meeting ha valore di segno profetico. I giornali, i siti rilanciano solo alcune parole del Papa – ovviamente, rigorosamente selezionate – qualcuno si va a rileggere il discorso per intero, la maggior parte no, e di solito finisce lì.

Quest’anno, sono pronta a scommetterci, ci sarà però uno che occuperà le pagine dei giornali insieme al Papa, nel pochissimo spazio che si degneranno di dedicare a Dublino. Questo sarà padre Martin, il gesuita che ha scritto un libro per dire che se le persone che provano attrazione per lo stesso sesso sono infelici, la colpa è della Chiesa. Non degli abusi che molti di loro hanno subito, non del fatto che gli atti omosessuali sono profondamente contrari alla felicità umana, ma della Chiesa che è cattiva. Un sacerdote, dunque, che non vuol bene alla Chiesa e che non dice la verità (infatti il suo libro comincia con una bugia, cioè racconta della strage nel locale di Orlando lasciando intendere che sia di matrice omofobica, quando il killer probabilmente era egli stesso un assiduo frequentatore del locale per omosessuali in cui è avvenuta la strage).

Non basta. Questo sacerdote terrà una relazione dal titolo “Showing welcome and respect in our Parishes for ‘LGBT’ People and their Families”. È la seconda volta che l’acronimo LGBT, inventato di sana pianta dai militanti omosessualisti, viene scritto nero su bianco in un documento della Chiesa. Ma la prima volta era su richiesta dei giovani interpellati per la preparazione del documento per il sinodo sui giovani. E già mi era parsa un’assurdità perché i padri non dovrebbero assecondare tutte le follie dei figli, ma correggerli perché fioriscano e siano felici. Questa volta invece è un sacerdote a scegliere di usarla, uno che dovrebbe conoscere bene la posizione della Chiesa, a meno che non sia coinvolto in prima persona. E la Chiesa non è sua, ma è un deposito che ha ricevuto e che dovrà tramandare, di cui dunque non può fare quello che vuole.

Che la Chiesa usi questo acronimo in un programma ufficiale è una grave offesa alle persone che vivono la loro attrazione verso lo stesso sesso con fatica, cercando Dio e senza assecondarla. Vuol dire inchiodare una persona alla propria attrazione, vuol dire togliergli la propria dignità di persona che è e sarà sempre molto di più della sua attrazione, anche quando deciderà di esercitarla e di aderirvi. Non sarà mai una persona LGBT, sarà una persona e basta.

Che la Chiesa inviti Martin a parlare al mondo nel raduno mondiale della famiglie è, soprattutto, uno schiaffo in piena faccia ai milioni di famiglie che stanno in trincea, che combattono con la povertà, con un figlio disabile, con la mancanza di lavoro o con la fatica bestiale quando il lavoro c’è, con la tentazione di mollare tutto, con la fatica della fedeltà a situazioni drammatiche: queste famiglie se ad agosto apriranno i giornali leggeranno solo del sacerdote militante. Niente verrà riportato sui siti, nessuna delle belle parole dei tanti che invece parleranno di esperienza vissuta, del loro lavoro a fianco delle famiglie ferite – quale famiglia non lo è, in qualche modo? – di tutto l’enorme patrimonio di saggezza che la Chiesa può offrire. Niente di niente. Il sacerdote mediatico americano sarà l’unica notizia, e la colpa di chi è? Non lo so. So che a molti non era gradito, e che c’è stato un braccio di ferro per evitare che venisse invitato. Non so chi fosse a favore di questo invito, anche se posso immaginarlo, so comunque che ha vinto. So però chi ha perso. So che hanno perso le famiglie. So che perde anche la Chiesa, perde credibilità. Perché la militanza LGBT non c’entrava veramente niente con il cuore del tema delle famiglie. Ci sono centinaia e centinaia di milioni di famiglie assetate di verità, e che saranno schifate da questa propaganda. So che hanno perso, infine, le persone che provano (o credono di provare) attrazione per lo stesso sesso, il cui problema è la ricerca della verità, non che venga “mostrato loro rispetto”, perché di rispetto ne hanno, tanto più nelle parrocchie, ma non è quello il loro problema.

Conosco un pochino i mezzi di informazione: quando c’è un convegno, un’iniziativa ufficiale, la stampa non riporta mai i contenuti veri e propri, considerati sempre troppo istituzionali e poco notizia. In gergo si dice “fammi un pezzo a margine”, cioè raccontami non la cosa centrale, non il tema del convegno che quello si sa ed è una noia mortale, ma qualcosa di contorno, un pezzetto intrigante, qualcosa che guadagni un decimo di share o un clic in più. È la malattia dell’informazione, ma bisogna saperlo. Bisogna saper usare i mezzi di informazione. Navarro Valls spiegava sempre a Giovanni Paolo II: se lei dice questo, domani i giornali scriveranno quello. Ecco, io non sono Navarro Valls, ma fin qui ci arrivo anche io: se a Dublino va il prete pro LGBT, la notizia per i giornali sarà lui, il prete che non condivide il catechismo (dice che induce al suicidio!), non la coppia che racconta come è uscita da una crisi, come si rimane sul campo di battaglia consegnando il cuore a Cristo, come si diventa una sola carne vivendo il mistero grande di cui parla Gesù nel Vangelo, che è invece quello che davvero serve alle famiglie assetate di verità e bellezza, non di propaganda. Un po’ la stessa cosa che è successa con Amoris laetitia: due paragrafi dell’ottavo capitolo hanno azzerato tutto il resto per la stragrande maggioranza della gente che, colpevolmente, non si sogna proprio di leggere esortazioni postsinodali, lettere apostoliche, encicliche. Bisogna sapere come funziona la comunicazione e usarla per il bene.

Se chi ha deciso il programma è solo ingenuo, siamo ancora in tempo per rimediare. Se odia le famiglie, beh, allora è stato proprio bravo a piazzarlo in cartellone.

Mia Immagine