Perchè anche gli ex brigatisti hanno qualcosa da insegnarci. Intervista a padre Bertagna

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Nella “notte bianca” che ha cucito i due incontri con Papa Francesco
c’è stato spazio per un incontro-testimonianza nella chiesa del Gesù sui temi della relazione, del perdono e della giustizia riparativa con alcuni familiari delle vittime del terrorismo ed ex brigatisti, tra cui Franco Bonisoli (nella foto nella foto con Agnese Moro) che, insieme, da anni partecipano al gruppo coordinato dal gesuita padre Guido Bertagna.

Per il religioso, “un giovane, che vive per esempio dei conflitti più intimi o esistenziali della propria storia personale, può trovare nell’esperienza di queste persone un’elaborazione del conflitto, spesso difficile da comunicare ma soprattutto da sostenere, elaborare, integrare nella vita”. Lo ha intervistato il Sir.

Padre Bertagna, com’è nata questa esperienza che comunicherete ai giovani?

Il gruppo nasce alla fine del 2008 e procede, sia pure diversamente, anche oggi. A dargli vita è stato un lungo tempo di ascolto delle persone, delle storie. Ci sono stati 8-9 anni precedenti nei quali, piano piano, si è costruita una rete di persone incontrate e conosciute. Dalle quali abbiamo ascoltato delle storie che si sono imposte.

Cosa vi ha colpito dei vari racconti?

Abbiamo notato come ci fosse un’analoga e quasi sovrapponibile richiesta da parte di chi veniva dalla storia dei gruppi armati e di chi viveva quella di vittimizzazione e sofferenza.
C’era il desiderio che questa sofferenza e la fatica connessa a queste storie non fossero perdute o non rimanessero una faccenda chiusa in un privato sostanzialmente incomunicabile. Le parole che ci venivano dette erano sorprendentemente simili.
Da qui l’idea di uno spazio per una memoria condivisa…
Abbiamo pensato di proporre di mettersi insieme per rivisitare insieme le storie vissute. Dell’insieme delle persone incontrate, una sessantina, poco più della metà ha fatto parte del gruppo, con un nucleo più coinvolto e presente.

Questa esperienza che si inserisce nel solco della giustizia riparativa quali frutti ha portato?

Ci sono frutti nella vita personale di alcuni che hanno avuto modo di rimettere in moto la memoria e di voltare pagina con quel modo di ricordare che si fonda, più o meno consapevolmente, sul congelamento della memoria ai fatti e al vissuto del tempo, in cui quei fatti sono avvenuti.

È stato possibile rivisitare le proprie storie muovendo la memoria da quella specie di irrigidimento, per certi versi delicato e per questo ingannevole, che ti fa dire che la qualità dell’affetto e della memoria che ti lega alla persona che hai perso si deve esprimere nell’intensità di quei sentimenti del primo momento della perdita.

C’è chi per anni ha pensato che il modo migliore per ricordare il familiare perso fosse coltivare la rabbia e, poi, grazie al gruppo, si è reso conto che non è così.

Un altro frutto è stato poi un po’ un “salto di qualità” nel tentativo di comunicare al Paese la possibilità di poter riflettere e rimettere in moto le storie, di poterle confrontare facendo spazio alle altre storie.

Cosa pensa sia possibile trasferire della vostra esperienza ai giovani, considerato anche che praticamente nessuno di loro era nato quando sono accaduti i fatti che hanno “toccato” le persone coinvolte nel gruppo?

L’esperienza di queste persone che hanno vissuto questo difficile e ricchissimo incontro va a toccare gli “universali”, gli aspetti più intimi e decisivi dell’umanità. A questo livello ci si può trovare, come ci è capitato, in sintonia con i familiari delle vittime della guerra civile in Salvador o con le famiglie del Parents Circle di palestinesi e israeliani a Gerusalemme. Storie e tempi sono incommensurabilmente diversi. Ma è a questo livello che un giovane, che vive per esempio dei conflitti più intimi o esistenziali della propria storia personale, può trovare nell’esperienza di queste persone un’elaborazione del conflitto, spesso difficile da comunicare ma soprattutto da sostenere, elaborare, integrare nella vita. Questo può diventare parlante, su elementi di grande comunanza e condivisione umana.

Alcuni sono arrivati a quel punto. Ma quello che è decisivo – anche nella visione biblica e sacramentale del sacramento della Riconciliazione – è l’essere rimessi nella relazione.

Il fare in modo che quello che c’è stato tra di noi, che ci ha ferito non resti l’ultima parola ma che la relazione possa veramente ripartire.
Questo non vuol dire “mettiamoci una pietra sopra” ma riconoscere che la nostra vita è passata da errori, fatiche senza minimizzare quanto accaduto o ricorrendo a qualche forma di “buonismo” facilmente conciliante ma che appiattisce le vite di tutti. C’è invece un guardare con verità quello che è accaduto, sapendo che la relazione che sta alla base del nostro rapporto è più forte di quanto successo e può permetterci di ripartire.

Fonte: Sir

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