Villar Perosa 2018: #backstage giocatore per giocatore

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Non c’è mai molto da spendersi sotto l’aspetto tecnico-calcistico quando si trascorre un’intera giornata fatta di emozioni, atmosfera, riti e Juve (cit. tweet di Cristiano Ronaldo) a Villar Perosa. Insindacabile il fatto che fosse un appuntamento “diverso” quello del 2018, infine normalizzato (ovvero dimensionato alla situazione casereccia e alla dimensione del fatto che siamo qui a scrivere e parlare perché esiste un campo rettangolare) anche a fronte della prima assoluta, ufficiosa, di Ronaldo con la maglia numero 7 bianconera.

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Insomma, che il rewind totale con Bonucci sia dentro un solo lancio che non conoscevamo più, che Bernardeschi sia attrezzato e autorevole ma ancora timidino, che CR7 is a killer e strappa a piacimento, che Douglas sia la follia che abbiamo desiderato per anni, che Dybala c’ha la cazzimma quando è ora di ricominciare, che Bentancur non gioca un mondiale così per caso, che quando Marchisio combina qualcosa il cuore aggiunga un battito, ecco, tutto questo si chiude esattamente la sera stessa dell’evento.

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Poi c’è il Chievo e la settimana corta per preparare un nuovo esordio. E resta il colore della kermesse in Val Chisone: i tifosi in cima alla lista, la marea umana di bambini con LA MAGLIA, i nostalgici con Del Piero, Tevez, Pogba, Inzaghi, giuro ho visto Inzaghi, e nemmeno un Higuain.

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Il calcio va sempre di fretta. E resta quel che si è visto nell’unico vero appuntamento della stagione a strettissimo contatto con l’amore bianconero da quando non esiste più la moda del ritiro montano estivo. Ed è a questo che limiterò, calciatore per calciatore. Pillole. Appunti. Un piccolo film che salta di personaggio in personaggio…

Szczesny: impressionanti il suo italiano, la sua disponibilità per ogni essere umano al di sotto del metro e venti, i quadricipiti, la cicatrice di venti centimetri lungo l’avambraccio destro. Impressionante, per ovvi motivi, col numero 1 sulle spalle.

Perin: “Se si taglia i capelli, diventa titolare”, dice uno al mio fianco. Poi guardo bene: non ho nessuno al mio fianco. Era forse la mia coscienza? (Per tornare ai concetti di Szczesny: impressionante per l’ex genoano l’assenza totale di polpacci, proprio come i gatti).

Pinsoglio: ultimo a firmare autografi, momento nel quale ogni mezza parola è una grassa risata. Rispunta con occhiali da vista in bella mostra: ecco spiegato il ruolo di terzo portiere.

Cuadrado: epico apripista di Ronaldo, primo amicone della truppa nonostante lo scippo della numero 7; epica mossa a protezione della maglia da gara che segna il ritorno al numero 16 (ovvero appallottolarla al momento dell’invasione di campo per infilarla nel pacco delle mutande). Quando arriva di corsa davanti agli spogliatoi, partono gli ululati delle tifose che gli perdonano il mancato momento dei selfie). Ps: visto di spalle, e non in televisione, sembra il bronzo di Drogba. Cresciuto, è cresciuto…

Bonucci: basso profilo, basso profilo, basso profilo. Sorriso. Poi basso profilo, basso profilo, basso profilo. Convinzione. Poi ancora basso profilo, basso profilo, basso profilo. E sono già tutti tornati ad amarlo.

Chiellini: rodaggio nella veste di capitano mio capitano. Fa l’uomo squadra senza acclamazioni. Determinazione e un po’ di emozione stampate su quel sorriso che gli tira sempre la pelle. Sarà per il suo un per cento di massa grassa. È il primo a lasciare il centro sportivo, dunque oneri e onori agli altri (trofeo scudetto a parte), per salire un’ora prima di Pjanic sul pullman della squadra.

Alex Sandro: sembra stare bene, anche psicologicamente. Ed è già una notizia. I selfie no, non è roba per lui. Però passa altri 45 minuti con il pennarello in mano. Che sia davvero un altro uomo?

Bernardeschi: è arrivato che era un ragazzino, è diventato un uomo. Serioso, taglio naja, cazzeggio zero, tifosi il giusto, bello e impossibile. Messo questo insieme ai tatuaggi, il modello è Fight Club. Rischia di infortunarsi scivolando malamente su un tracciato ferroso a bordocampo al rientro dagli spogliatoi. In suo soccorso alcuni addetti e Dybala. Di avversari e compagni da combattere ne avrà senz’altro molti.

Emre Can: mizzica se è grosso. “Sturaro versione Èlite”, dice uno al mio fianco. Ha gli auricolari, quindi non sono io. Poi dopo dieci minuti di partitella cambia idea. Nel riscaldamento trafigge i portieri uno a uno, a turno. Questo vuole prendersi il posto. Incazzuso anche nel modo brutale, e apprezzato, con cui prima di andare sotto la doccia lancia la canottiera che genera lo stesso effetto di uno stage-diving.

Bentancur: secco come un’aringa, non se ne vergogna. Stagione in cui metterà su altri cinque chili, perché c’ha la faccia e il piglio di uno che vuole arrivare. Modificherei il taglio dei capelli, perché sudati stanno ancora peggio, ma il tatuaggio sul fegato spiega la verve uruguagia di un ragazzetto che non riesce a dire NO a neppure uno dei tifosi assiepati sulla strada tra il terreno di gioco e l’ultima transenna.

Douglas Costa: ragazzi, parla italiano! Stava per calciare un angolo e si volta per infilare una battuta a Barzagli e Rugani che scaldavano i muscoli. Giuro che però non posso testimoniare che sappia scrivere. Finita la partita, finita la musica.

Dybala: pantacicletta e corpo strutturato, compatto. Oggi è più Tevez che Baggio. Già in riscaldamento quando ridicolizza Perin con tutto il campionario. Sarà l’aria di agosto, ma questo qua ha qualcosa di segreto da dimostrare. A chi, lo abbiamo capito. Ecco perché CR7 fa bene anche solo a respirarlo.

Ronaldo: un attore nato. Può essere truce, dolce, simpatico, serioso, concentrato, sordo, cieco, amabile ecc. ecc. ecc. Fa il centravanti perché il pomeriggio è puro scarico del duro lavoro mattutino alla Continassa. Lui è: giudice di se stesso e degli altri. Da pochi metri non puoi che prenderne atto in ogni suo gesto.

Barzagli: ha un problemino all’inguine, lo segnala al terzo scatto perché Allegri aveva programmato lui per Chiellini come primo cambio. Tutti a urlare: “Andrea, un saluto, un autografo, la maglietta, l’orologio, la vita!”. E lui: “Ma non vedete che mi sto scaldando??”. Parte con uno skip di gambe che a me mi ricoverano. A me mi, si. Cacchio. Ma perché mi fa sentire più vecchio di quanto già io sia? Saranno le due confezioni di albicocche che si carica sul pullman. Eccolo, il segreto!

Menzione speciale per il responsabile della sicurezza che dopo 15 minuti del secondo tempo inizia a picchiare le dita sul polso: “ma non dovevano essere 10 minuti, mi avevano detto vedrai… dieci minuti. Eh? Cosa? Facciamo in fretta? Mica posso buttarmi io in campo!”.

E con questo, buon Ferragosto a tutti. Che sabato scatta l’ora…

 

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