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C’eravamo detti che il Covid ci avrebbe reso migliori e che con i soldi del Pnrr avremmo rimesso in sesto il nostro Paese, soprattutto sul versante della sanità e invece… Ci ritroviamo con i medici che fuggono dagli ospedali, con tempi di attesa interminabili ai pronto soccorso e con l’aumento di un fenomeno che la dice lunga sullo stato reale della sanità: i ‘medici a gettone’. “Si sta gradualmente perdendo di vista che il vero gold standard delle cure è il professionista”, ha dichiarato il segretario nazionale Anaao Assomed Pierino Di Silverio in un’intervista a Today.it. Il sindacalista si è detto seriamente preoccupato per il futuro della sanità, sempre più orientato verso un “modello semi-privatistico delle cure, modello che oltre ad essere anticostituzionale sarebbe anche foriero di una rivoluzione sociale e professionale”. Chi sono i medici a gettone, quanto guadagnano e perché rappresentano un ‘pericolo’ per i pazienti e per la professione medica?

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Chi sono i medici a gettone e quanto guadagnano

Ogni giorno in Italia sette medici decidono di abbandonare gli ospedali pubblici (+39% nel 2021) a causa delle condizioni lavorative insostenibili, dell’eccessivo carico di responsabilità e degli stipendi troppo bassi rispetto alla media europea. Le strutture sanitarie corrono ai ripari servendosi dei medici a chiamata, ma chi sono i medici a gettone? Si tratta di medici pagati per coprire un singolo turno di lavoro, di solito 12 ore. Dietro questo fenomeno ci sono delle cooperative che fungono da intermediari con l’azienda ospedaliera e che arrivano ad arruolare medici anche con un semplice messaggino in chat. Spesso si tratta di medici giovanissimi, senza esperienza e senza specializzazione, l’importante è che siano iscritti all’Ordine dei medici.

Quanto guadagnano? All’incirca il doppio rispetto ai colleghi formalmente assunti presso le strutture pubbliche. Per un solo turno di lavoro i ‘medici in affitto’ guadagnano anche più di 1.000 euro, fino a 3.600 euro per 48 ore di lavoro in caso di turni accorpati. Il lavoro dei medici a chiamata, però, è una vera e propria giungla, non ci sono regole né orari, così spesso capita di trovarsi di fronte medici che sono in piedi da 48 ore, con tutti i rischi del caso non solo per la salute del medico stesso ma anche per quella del paziente.

L’Italia si ritroverà senza medici

Il fenomeno dei medici a chiamata è in espansione

L’esternalizzazione del lavoro medico in sanità è diventata illegale nel 2018, per poi tornare legale durante la pandemia viste le condizioni di emergenza e urgenza legate al Covid. Peccato però che oggi che l’emergenza è finita, il fenomeno dei medici a gettone esiste ancora, anzi è in espansione. Secondo una indagine Simeu- Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, quella della chiamata a gettone dei medici è una prassi radicata in quasi tutto il territorio italiano. In Piemonte ed in Toscana vi fa il ricorso il 50% degli ospedali, il 70% in Veneto, il 60% in Liguria.

Quello dei medici a gettone è uno dei tanti paradossi della sanità italiana, sempre a corto di denaro ma disposta a pagare somme esorbitanti alle cooperative per assicurarsi il personale. Il tutto senza regole e bandi di gara, con le strutture lasciate libere di fare e di spendere quello che vogliono.

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“A sentore il fenomeno dell’utilizzo di cooperative si sta espandendo a dismisura per la difficoltà che hanno le aziende a reperire e ad assumere medici anche a causa degli iter legislativi”, osserva Di Silverio paventando una possibile “rivolta professionale” se non si argina il fenomeno, visto che spesso si trovano a lavorare fianco a fianco medici con compensi nettamente sproporzionati tra loro. Quali altri rischi comporta il metodo di assunzione a chiamata dei medici?

A rischio la qualità delle cure

L’utilizzo dei contratti a prestazione (i cosiddetti co.co.co.) per il personale medico rischia di dare vita ad “una destrutturazione della professionalità, in termini di responsabilità, in termini di cura, gestione e presa in carico del paziente e in termini di rapporto interpersonale tra colleghi e medici. Questo gradualmente porta a una disgregazione di tutto quello strato professionale che costituisce la classe medico-ospedaliera”, spiega Di Silviero.

Ci sono poi tutta una serie di problemi legati alla qualità di cura dei pazienti. “Problemi a livello di sicurezza e di presa in carico dei pazienti. Non per la professionalità del medico a gettone che io non metto in discussione, ma è proprio la definizione di presa in cura del paziente che viene messa in discussione e con essa tutto ciò che ne deriva. Problemi insorgono soprattutto nella diagnosi e nella terapia, considerando che a volte un paziente viene visto anche da 5 medici diversi”.

La sanità pubblica non s’ha da fare, nemmeno con i soldi del Pnrr

Perché le aziende assumono a prestazione

L’assunzione a prestazione comporta molti svantaggi, ma allora perché le aziende decidono di reclutare il personale medico con questi contratti piuttosto che assumere? “Da una parte l’azienda che assume a prestazione ha un vantaggio economico – spiega Di Silverio – dall’altro si trova di fronte all’impossibilità di assumere a tempo indeterminato a causa di un tetto alle assunzioni”. Questo tetto è rigorosamente inferiore alle esigenze attuali, ma per cambiarlo serve un decreto legge. Così si procede con i contratti a prestazione, il cui costo cade su un capitolo di spesa che si chiama ‘beni e servizi’ e non su quello del ‘personale’, che per la legge italiana è gravato da un tetto massimo all’assunzione.

Oggi però non siamo più in un periodo di spending review, anzi i soldi per la sanità ci sono e sono quelli del Pnrr, peccato però che siano solo per l’infrastruttura sanitaria e la tecnologia sanitaria, “tutto ciò che non è medico”, sottolinea Di Silverio. “Se noi stiamo andando verso una sanità in cui il professionista deve rappresentare non più il protagonista delle redazioni di cura ma soltanto uno strumento, a noi questo non sta bene. E’ qui che deve incidere il governo, a prescindere dal Pnrr”. La palla passa così al nuovo governo, vediamo perché.

Siamo il Paese del G7 che spende meno per la sanità

Sanità, stiamo andando verso un modello semi-privatistico

In Italia i fondi stanziati per la sanità sono ancora troppo bassi, ha dichiarato il segretario nazionale Anaao Assomed preoccupato dal fatto che la percentuale del Pil stanziata nel 2025 – secondo le ultime stime del Nadef – ritorna al 6,1%. In questo modo il nostro Paese diventa il fanalino di coda in Europa per quanto si stanzia in sanità. “Quando vedo che 10 miliardi di euro vengono sottratti da qui al 2024 per la spesa sanitaria in Italia, io mi preoccupo del fatto che evidentemente le scelte politiche vanno verso una sanità privatizzata”.

Di Silverio ci tiene a ricordare che “in Italia questa scelta è anticostituzionale” e che se il nuovo governo pensa di andare verso questa direzione “si aspettasse delle barricate, ma anche estreme. La mia paura reale  – aggiunge – è che tra i nuovi modelli di sanità che si stanno cercando sia compreso un modello semi-privatistico delle cure, modello che oltre ad essere anticostituzionale sarebbe anche foriero di una rivoluzione sociale e professionale”.

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