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La piccola isola, nel giro di pochi giorni, da capolinea dello spaccio è diventata un hub del narcotraffico. Ecco cosa è successo

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“È stata trovata a mare una persona morta, pesava duecento chili, capito?”. Una frase del genere, se pronunciata da chi vive a Lampedusa, non fa quasi più scalpore. Le tragedie che con frequenza si registrano nel Mediterraneo rendono tutt’altro che raro il ritrovamento di cadaveri in acqua. Quando, però, a luglio scorso, Francesco Romano e Matteo Aiello ne parlano, la discussione non verte sui flussi migratori ma su una partita di cocaina da oltre un quintale e mezzo. Entrambi catanesi, sono ritenuti inseriti nel traffico di stupefacenti. Il primo è stato fermato nei giorni scorsi insieme ad altre dieci persone su disposizione della procura di Agrigento; il secondo, invece, è finito in carcere una settimana fa nell’ambito di un’inchiesta della procura di Catania su un giro di droga che arrivava dalla Toscana e dalla Calabria, grazie anche all’interessamento dei clan mafiosi.

Per i due – Romano durante la bella stagione porta avanti un’attività di rimessaggio delle barche – Lampedusa è terra cara. L’isola, infatti, per buona parte dell’anno è tra le mete turistiche più ambite e dunque un buon mercato per la droga. In tal senso, quella di cui discutono senza sapere di essere intercettati dai carabinieri è senz’altro la notizia dell’estate: alcuni pescatori, che lavorano su una barca dedita alla pesca del gambero, hanno recuperato in mare un quantitativo di cocaina del peso compreso tra 150 e 200 chili. Trattandosi di cocaina, avrebbe significato un potenziale guadagno nettamente superiore a quanto possono ambire sia i pusher ma anche gli intermediari, come Romano, che occupano gli ultimi anelli della catena del traffico di stupefacenti.

È questo il perno intorno a cui ruota l’inchiesta della procura agrigentina guidata da Salvatore Vella. Gli inquirenti hanno messo a fuoco le strategie con cui i trafficanti hanno cercato di piazzare l’insperata fornitura. Il tutto dovendo tenere conto anche delle problematiche che sorgono ogni volta in cui l’offerta supera la domanda. L’ingente quantitativo ha di fatto creato – si legge nel decreto di fermo – la “saturazione del mercato del traffico di sostanze stupefacenti sulla piazza di Lampedusa”. In altre parole, la piccola isola, nel giro di pochi giorni, da capolinea dello spaccio era diventata un hub del narcotraffico.

Per risolvere il problema, Romano avrebbe immaginato di invertire la rotta. Anziché comprare la cocaina Catania per portarla a Lampedusa, trasformarsi in broker e trovare proprio nella città etnea i canali distributivi. Il ribaltamento dei piani prevede che uno dei fornitori di fiducia di Romano, un uomo verso cui il 45enne avrebbe avuto un debito di 50mila euro, diventa un acquirente. La cocaina – otto panetti da un chilo – viene nascosta nella ruota di scorta di un’auto dichiarata non funzionante e per questo, dopo l’approdo a Porto Empedocle a bordo di un traghetto, bisognosa di essere spostata a Catania trainata da un carroattrezzi.

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Tuttavia, non tutte le ciambelle vengono con il buco: se il ritrovamento in mare aveva rappresentato un colpo di fortuna, il contatto dello stupefacente con l’acqua salata ne ha per buona parte abbassato la qualità. E così l’affare, che in un primo tempo si poteva sperare di chiudere per oltre 30mila euro al chilo, non va oltre i 150mila tutto incluso. Con il passare dei giorni, a lamentarsi sono anche altri acquirenti e a poco servono le rassicurazioni. “Falla asciugare”, dice Romano.

E c’è anche chi reclama del denaro. Come Domenico Cucina, 56enne di Lampedusa che, secondo i magistrati, sarebbe stato socio di Romano. L’uomo ritiene di avere un credito di diverse decine di migliaia di euro nei confronti del catanese. Quest’ultimo, però, si sarebbe sottratto alle richieste, e parlando con il figlio, anche lui arrestato, commenta: “Non ne ho soldi, me li sono tolti. Ho dato 13mila euro per la facciata, dove li prendo?” Per gli inquirenti, il rifacimento della casa sarebbe stato soltanto uno dei modi per impiegare i proventi illeciti. Il resto, il 45enne avrebbe tentato di riciclarlo tramite la ditta del fratello, immaginando poi di usare il denaro per aprire un bar o un’attività di noleggio barche.



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