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4147493 – no money in the purse

Pignoramento presso terzi: sia che il pignoramento sia avvenuto direttamente in capo all’azienda che sul conto corrente bancario, è possibile eccepire dei motivi di contestazione per salvare la busta paga.

Hai ricevuto un pignoramento dello stipendio per un vecchio debito che non hai mai pagato. Ora stai cercando qualche soluzione che ti consenta di rimediare, sebbene in ritardo, alla trattenuta mensile. In verità dovevi pensarci prima: ogni motivo di opposizione contro il creditore, se questi sta agendo in forza di una sentenza o di un decreto ingiuntivo, andava sollevato nei termini davanti al giudice. Ciò nonostante esistono dei casi in cui è possibile opporsi al pignoramento dello stipendio

. In questo articolo cercheremo di elencare tutti i possibili motivi di impugnazione e i più ricorrenti errori che si commettono nell’ambito di questa procedura tecnicamente denominata “pignoramento presso terzi”.

Per stabilire come opporsi al pignoramento dello stipendio dobbiamo considerare una serie di ipotesi differenti. La prima è quella relativa alla modalità prescelta dal creditore per aggredire lo stipendio: se direttamente dal datore di lavoro (prima cioè della materiale erogazione al dipendente) o se, invece, una volta che la somma è stata accreditata sul conto corrente bancario. La seconda distinzione da fare è sulla base del tipo di creditore: difatti per i debiti nei confronti del fisco esistono dei paletti che i privati invece non incontrano. Ma procediamo con ordine e vediamo dunque come fare per salvare lo stipendio dall’esecuzione forzata.

Pignoramento notificato all’azienda

Pignoramento di creditore privato

Il rispetto dei limiti del pignoramento

Il primo modo per impugnare il pignoramento dello stipendio è verificare che esso non superi i

limiti stabiliti dalla legge, limiti che però non sempre sono di un quinto come comunemente si crede.

Ribadiamo qui sinteticamente quello che abbiamo già più dettagliatamente riportato su Pignoramento stipendio: limiti. Il pignoramento può eseguirsi, come regola generale, solo entro massimo un quinto. Il quinto viene calcolato sulla quota netta dello stipendio, quindi decurtate le tasse e le ritenute fiscali.

È inutile sollevare contestazioni in merito alla già intervenuta cessione volontaria del quinto dello stipendio a finanziarie o banche: essendo questo un atto determinato da una libera scelta del debitore non se ne tiene conto. In tal caso, quindi, la persona vedrà ridotto il proprio stipendio di due quinti.

Se sullo stesso stipendio arrivano più atti di pignoramento da parte di diversi creditori vale la regola dell’accodo; in pratica, i creditori successivi al primo devono attendere che il primo creditore sia soddisfatto, per poi poter a loro volta essere destinatari dei pagamenti del quinto dello stipendio. Tuttavia, se i debiti nascono da “cause diverse” è possibile il pignoramento contemporaneo, fino comunque a massimo un mezzo. Le cause di pignoramento sono tre:

  • debiti per imposte;
  • debiti per alimenti;
  • altri debiti (ad esempio fornitori, finanziarie, banche, controparti processuali, ecc.).

Ad esempio, una persona che ha contratto un debito con un vicino di casa per via di un danno procurato dalle infiltrazioni delle tubature e, nello stesso tempo, un debito con una finanziaria può subire un pignoramento fino a massimo un quinto. Si tratta infatti di debiti della stessa causa.

Se invece un debito è per ragioni alimentari e l’altro è per una bolletta non pagata, il pignoramento può essere di massimo un mezzo trattandosi di due cause diverse (la seconda e la terza).

Quando il pignoramento nasce da crediti alimentari il limite può arrivare anche a un terzo (sarà il giudice a determinarne l’esatto ammontare).

Il datore di lavoro che avanza dei crediti dal dipendente per dei danni prodotti all’azienda li può compensare integralmente sullo stipendio, quindi ben oltre il quinto. In questo modo il lavoratore potrebbe vedersi decurtata l’intera busta paga.

Altri motivi per opporsi al pignoramento dello stipendio

Ecco alcuni motivi per

opporsi al pignoramento dello stipendio da far valere in tribunale:

  • non è stato ricevuto l’atto di precetto che è condizione necessaria per il pignoramento. Si tratta di una diffida ad adempiere entro massimo 10 giorni;
  • sono passati più di 90 giorni dall’atto di precetto, termine dopo il quale esso perde efficacia;
  • non è mai stato ricevuto il cosiddetto titolo esecutivo, ossia la sentenza o il decreto ingiuntivo. Se il titolo in forza del quale agisce il creditore è però un assegno o un contratto di mutuo bancario, il titolo viene semplicemente riportato nell’atto di precetto;
  • il diritto di credito è caduto in prescrizione;
  • il credito non è stato quantificato correttamente e ci sono degli errori di calcolo;
  • il debitore ha pagato una parte o tutto il debito prima della notifica dell’atto di pignoramento.

Di recente la Cassazione ha fornito un valido suggerimento su come contestare il pignoramento dello stipendio [1]; sebbene la sentenza si riferisca a un debito con l’agente della riscossione, essa può essere riferita a qualsiasi situazione. Secondo la Corte, l’

atto di pignoramento è nullo se privo dell’indicazione dei crediti per i quali l’esattore procede e, nel caso di debiti col fisco, dell’elenco delle cartelle cui fa riferimento. Questo vuol dire che il contribuente può impugnare il pignoramento e salvare la retribuzione dalla trattenuta. La sentenza è interessante perché molto spesso, quando l’esattore agisce con un pignoramento dello stipendio in forza di cartelle esattoriali, invia al datore di lavoro un generico atto in cui indica solo l’importo complessivo del debito accumulato dal suo dipendente, intimandogli di effettuare la trattenuta. Tale documento non contiene quasi mai il dettaglio delle singole voci (le specifiche cartelle) a cui esso si riferisce. Il medesimo atto viene notificato anche al contribuente. Con la conseguenza che il debitore non è messo in condizione di conoscere a che titolo sono dovute le somme pignorate e quindi, di verificare la correttezza del pignoramento e difendersi. Il pignoramento è pertanto illegittimo.

Come abbiamo visto si tratta, in gran parte, di motivi di opposizione di carattere formale. I vizi sostanziali infatti non sempre possono essere sollevati e ciò perché, come anticipato in apertura, i termini potrebbero essere ormai scaduti. Sul punto occorre fare questa distinzione:

  • se il creditore agisce in forza di una sentenza o un altro provvedimento del giudice (ad esempio un decreto ingiuntivo) non è più possibile sollevare contestazioni sul merito ossia sull’esistenza o l’entità del debito. Difatti, l’unico modo per opporre tali questioni è l’appello che, come noto, va proposto entro 30 giorni. Non ci si può svegliare solo quando arriva l’atto di pignoramento perché sarebbe ormai troppo tardi (a meno che il creditore non abbia commesso un errore successivamente alla formazione del titolo stesso, per come a breve vedremo);
  • viceversa, se il creditore ha in mano un assegno, una cambiale, un rogito di un mutuo, è possibile sollevare una opposizione nel merito del credito sostenendo, ad esempio, che l’assegno è stato emesso sulla base di un altro debito, che il contratto di mutuo prevede interessi usurari o anatocistici, ecc.

Pignoramento dell’agente della riscossione

Il pignoramento dell’agente della riscossione segue limiti differenti da quelli previsti per i privati che, se non rispettati, consentono di proporre opposizione:

  • se lo stipendio non supera 2.500 euro: il limite al pignoramento è di 1/10 (un decimo);
  • se lo stipendio supera 2.500 euro ma non supera 5.000 euro: il limite al pignoramento è di 1/7 (un settimo);
  • se lo stipendio supera 5.000 euro: il limite al pignoramento è di 1/5 (un quinto).

Inoltre ci si può opporre al pignoramento dell’ultima mensilità, quella cioè che ancora deve essere erogata, perché questa è intoccabile. L’agente potrà pignorare quindi quelle successive, in modo da dare al debitore il tempo per potersi “organizzare” e non rimanere, di punto in bianco, senza entrate.

Pignoramento notificato in banca o alle poste sul conto corrente

Quando lo stipendio viene pignorato una volta accreditato in banca, valgono dei limiti ulteriori, sia per il creditore privato che per l’agente della riscossione.

Innanzitutto se il deposito non eccede il triplo dell’assegno sociale non può essere pignorato. Ad essere pignorate sono solo – per intero – le somme eccedenti tale limite. Per comprenderci meglio è necessario fare questa operazione matematica:

stipendio mensile – (misura massima assegno sociale mensile x 3) = somma pignorabile.

Ad esempio: 1.500 euro di stipendio – (448,07 di assegno sociale x 3 [pari a complessivi 1.344,09 euro]) = 155,79 euro.

Quindi se in uno stipendio ci sono 1.500 euro si possono pignorare solo 155,79 euro mentre se questo è al di sotto di 1.344,09 euro (tre volte l’assegno sociale [attualmente di 448.08]) non si può pignorare nulla.

Per tutte le somme accreditate successivamente sul conto valgono gli stessi limiti che abbiamo visto in merito al pignoramento presso l’azienda ossia:

  • un quinto per tutti i creditori privati (salvo un terzo per i crediti alimentari e fino a un mezzo in concorso di crediti di natura tra loro diversa);
  • un decimo, un settimo o un quinto per i crediti dell’agente della riscossione (rispettivamente per stipendi fino a 2.500 euro, 5.000 euro o superiori a 5.000 euro).

Se il conto corrente è cointestato a due persone e solo una di queste è il debitore, il pignoramento può avvenire entro i suddetti limiti ma calcolati sul 50% dello stipendio.

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