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In Italia una tragedia silenziosa continua a consumarsi nelle carceri sovraffollate: i suicidi dei detenuti.

Dal 1° al 15 gennaio, 18 persone si sono tolte la vita dietro le sbarre, seguendo lo stesso tragico copione del 2023 e del 2022, anni nei quali si contano rispettivamente 68 e 85 casi di suicidio.

Il rapporto dell’associazione Antigone, con oltre 100 visite effettuate in 76 istituti penitenziari, evidenzia come la popolazione carceraria continui a crescere in modo incontrollato: «A fronte di 51.272 posti ufficialmente disponibili, al 30 novembre, i detenuti erano 60.116: 2.549 le donne, il 4,2% dei presenti 18.868 gli stranieri, il 31,4% dei presenti – afferma lo studio.  Un dato allarmante perché nell’ultimo trimestre (da settembre a novembre) i detenuti sono aumentati di 1.688 unità, nel trimestre precedente di 1.198, in quello ancora prima di 911. Nel corso del 2022 raramente si è registrata una crescita superiore alle 400 unità a trimestre».

Suicidi: scatta l’allarme del Garante nazionale dei detenuti

Le regioni più colpite da questo fenomeno sono la Puglia, la Lombardia e il Veneto, con tassi di sovraffollamento che sfiorano il 200%.

Oltretutto, le carceri stesse raccontano una storia di decadenza: molti istituti, costruiti prima del 1950, o addirittura prima del 1900, presentano celle prive di riscaldamento, di docce e acqua calda garantita per tutto il giorno. Inoltre, lo spazio per le attività lavorative e ricreative sembra rappresentare un lusso che molti detenuti non possono permettersi.

Ma il vero dramma sono i suicidi, risposta disperata a una realtà di sofferenza e abbandono. Oltre a questi vanno poi contemplati i “morti per causa da accertare”, che spesso passano per casi di presunto suicidio.

Nel 2023, sessantotto detenuti hanno perso la vita per mano propria, un numero spaventoso che testimonia la disperazione che permea in questi ambienti. L’impiccamento si attesta come il metodo più comune (85,3%), seguito da asfissia con bombole da gas e scioperi della fame.

Secondo il Garante, la densità della popolazione detenuta «è aggravata dalla modalità con cui viene attuata la nuova disciplina della detenzione della media sicurezza, per la quale se le persone non sono impegnate in attività restano chiuse nelle camere di pernottamento: la carenza di attività, riscontrabile in modo diffuso nel nostro sistema penitenziario, determina, pertanto, la permanenza nel chiuso delle celle, in spazi che in due Istituti sono anche certificati come inferiori al limite dei 3 mq per persona per cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha indicato la forte presunzione di trattamento inumano, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione, articolo che – lo ricordiamo – non ammette deroghe, neppure in situazioni eccezionali».

Silenzio politico, tabù e mancanza di interventi

In questo quadro a dir poco inquietante, la politica semplicemente evita di affrontare il tema.

In clima preelettorale il tema carcere si è trasformato in tabù, con poca attenzione da parte dei partiti politici e un’assenza di azioni concrete che affrontino tale emergenza umanitaria. Allo stesso tempo, le proposte di legge che potrebbero portare sollievo ai detenuti, come quella per la liberazione anticipata, sembrano essere cadute nel dimenticatoio.

Nonostante il presidente Mattarella abbia espresso gratitudine verso coloro che operano all’interno delle carceri e verso i volontari nel suo discorso di fine anno, il tema resta relegato ai margini dell’agenda politica e la situazione dei detenuti, precaria e trascurata.

Le speranze dei detenuti verso una possibile liberazione anticipata, prevista dalla proposta di legge del deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, sono rimaste deluse, con nessuna notizia di un possibile progresso in tal senso.

Addirittura, i provvedimenti adottati dal governo Meloni sembrano agire in una direzione contraria.

Dal decreto-legge Caivano, alle norme anti-rave, fino al recente pacchetto sicurezza, si è assistito a un’escalation di misure che non solo non affrontano il sovraffollamento e le condizioni degradanti delle carceri, ma aggravano la situazione, soprattutto per le detenute con figli piccoli e per le recluse incinte, cui si propone di rimanere in carcere durante la gestazione.

Riferisce Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, riferendosi al report di Antigone: «La politica ponga il tema del carcere al centro della propria agenda e accetti di discuterlo senza preconcetti ideologici o visioni di parte. Ci auguriamo quindi che il 2024 riapra una grande discussione nel Paese sul carcere e sulle finalità della pena. Che si capisca che abbiamo bisogno di più misure alternative, di prendere in carico le persone – soprattutto quelle con dipendenza o disagio psichico – all’esterno, evitando che il carcere diventi un luogo di raccolta di marginalità e emarginazione. Antigone è a disposizione insieme al suo bagaglio di conoscenze e competenze maturate in quasi 40 anni di attività, monitoraggio e studio dei sistemi penitenziari e penali».

 

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