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VERONA – Sulla carta era un’azienda affidabile ma dietro, in realtà, si celavano finalità truffaldine. Un mega inganno a sei zeri contro lo Stato , un maxi raggiro alle casse pubbliche per cui è appena scattata la condanna erariale  dell’amministratore della srl coinvolta: i giudici contabili del Veneto, con la sentenza numero 6 del 24 gennaio 2024, gli hanno presentato un totale da sborsare che oltrepassa i 2,1 milioni di euro. A beneficiarne, sarà il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. 

Tutto ruota attorno alla Nuova Metalcavi srl, operante nel settore della lavorazione metalli con sede a Verona: con la maschera di società (fintamente) solida, secondo gli inquirenti sarebbe riuscita a incassare (per poi fallire nel 2019) un finanziamento commerciale dalla banca di tre milioni di euro, garantito al 75 per cento (poco più di 2,134 milioni di euro) da fideiussione statale. Soldi pubblici che, anziché essere destinati (come espressamente richiesto dalla legge) a esclusivi scopi di potenziamento aziendale, sarebbero invece stati dirottati verso società estere, andando addirittura a riversarsi in conti correnti a Hong Kong, Taiwan e in Cina, diventando di fatto non più tracciabili. 

Nei guai, per effetto delle indagini eseguite all’epoca dalla Guardia di Finanza, è rimasto invischiato Mirco Dafoco, bresciano, 63nne di casa a Serle, amministratore della Nuova Metalcavi srl, dichiarata fallita dal Tribunale di Verona il 15 ottobre del 2019: per gli investigatori, avrebbe illecitamente incassato (e poi abilmente dirottato su destinazioni estere) finanziamenti garantiti dal Fondo di garanzia per le piccole medie imprese. Dopo il blitz delle Fiamme gialle si erano mossi prima la giustizia penale, disponendo il sequestro della somma provento di truffa, e poi anche quella erariale. Proprio su iniziativa della Procura regionale della Corte dei Conti per la Regione Veneto, era così stato aperto un giudizio di responsabilità appena andato a sentenza: per Dafoco è scattata la condanna al pagamento, a favore dell’Erario e specificamente al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, della somma complessiva di 2 milioni 134 mila 511,60 euro oltre alle spese processuali. Scagionata invece la banca, nei cui confronti la Procura contabile del Veneto sollecitava l’estensione delle responsabilità. Stando agli inquirenti, la Nuova Metalcavi srl il 10 gennaio 2017 aveva ottenuto dall’istituto di credito un finanziamento commerciale di 3 milioni di euro, garantito al 75 per cento dallo Stato attraverso Mediocredito Centrale, ente concessionario per la gestione dei fondi del Ministero dello sviluppo economico e per il rilascio della garanzia da parte del Fondo di garanzia per le Pmi. Sulla carta, l’azienda veronese di lavorazione metalli appariva come cliente in regola, grazie a una sorta di operazione di «maquillage».

Avrebbe prodotto documenti e bilanci falsi, atti in cui venivano (fintamente) evidenziati profitti,  ricavi e utilità. Lo spiegano nel dettaglio le 16 pagine di sentenza di condanna a Dafoco appena pubblicata dalla Corte dei Conti, secondo cui «emerge ampiamente l’esistenza di una condotta ingannatrice della società Nuova Metacavi srl, alla quale dev’essere interamente ricondotto il danno erariale dolosamente cagionato allo Stato, condotta culminata con la presentazione di fatture false per l’acquisizione di macchinari, con la fittizia e temporanea acquisizione del controllo societario di altra azienda ai fini dell’apertura di un punto di produzione in Abruzzo, e con l’apparente rispetto delle condizioni del finanziamento, mediante la restituzione di 15 rate del prestito». 

Quanto alle presunte responsabilità in capo alla banca, i giudici hanno rigettato la richiesta di condanna avvalorata dalla Procura in quanto l’istituto di credito «effettuò una compiuta e ampia valutazione in ordine alla remuneratività dell’intervento proposto nel business plan, finalizzato all’acquisizione dei macchinari, tali da far ragionevolmente presumere che lo svolgimento dell’attività imprenditoriale avrebbe certamente consentito il rimborso delle rate del finanziamento, come peraltro avvenne per i primi 15 mesi». Tutte le responsabilità erariali, per i giudici contabili, vanno addossate sull’amministratore Dafoco il quale «aveva provveduto tramite operazioni simulate a rappresentare fittiziamente le condizioni per l’operatività aziendale (acquisizione di quote societarie, rivendute in breve termine nell’anno 2017 e, soprattutto, presentazione di false fatturazioni per l’acquisto, invero mai avvenuto, di macchinari destinati alla produzione). 

La stessa società, al contempo, aveva provveduto in modo truffaldino allo spostamento all’estero dell’intero capitale ricevuto, effettuandone il versamento in favore di società risultata poi di comodo, appositamente costituita, con lo scopo di favorire l’ulteriore trasmissione a società estere delle risorse acquisite, mentre provvedeva, per 15 mesi, al pagamento delle rate dovute in restituzione, così avvalorando una situazione di totale apparenza di regolarità dell’investimento produttivo». Un maxi raggiro allo Stato.

 

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