La gabbia dell’euro e l’alternativa della moneta comune


L’Unione Europea non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni. L’eurozona è l’area economica che, da quando il sistema della moneta unica è entrato in vigore (gennaio 1999), è cresciuta meno al mondo, molto meno di USA e Cina e dei paesi cosiddetti emergenti. L’UE cresce, se tutto va bene, dell’1% all’anno, ovvero la metà circa degli USA e un terzo o un quarto rispetto alle economie asiatiche. L’Europa è bloccata da decenni. Oggi, dopo oltre trent’anni dalla firma del Trattato di Maastricht che ha dato il via all’UE (1993), nella grande maggioranza dei casi la situazione delle famiglie, dei lavoratori, del ceto medio, dei giovani e delle donne in Europa non è migliorata, ma peggiorata.

Per uscire dal declino occorre una svolta politica e istituzionale: bisognerà cogliere l’occasione della prossima inevitabile crisi dell’euro per gettare alle ortiche le regole di Maastricht, abbandonare ogni illusione federalista di integrazione stretta tra 27 e più paesi europei e costituire invece una Confederazione Europea di democrazie nazionali sovrane (come ho auspicato nel mio articolo “Oltre la favola degli Stati Uniti d’Europa”). Una Confederazione Europea dovrebbe essere costituita da un numero limitato di Stati sovrani omogenei sul piano economico, tecnologico, culturale, Stati che trovino conveniente cooperare nelle politiche monetarie, fiscali e industriali e, possibilmente, anche nella politica estera e nella difesa. La Confederazione si dovrebbe basare su un fondo fiscale comune per realizzare politiche keynesiane di piena occupazione e investimenti sui beni pubblici europei (ricerca, tecnologie sostenibili, infrastrutture, innovazione e difesa); la Confederazione Europea dovrebbe inoltre realizzare una moneta comune – ma non unica, come è l’euro – da contrapporre al dollaro. Questo articolo intende sinteticamente dimostrare che la moneta unica europea è il singolo fattore che più ha provocato il declino dell’economia europea, e che occorrerà creare una nuova valuta comune europea per uscire dalla crisi, una valuta confederale.

L’euro è una valuta senza copertura

Keynes ha insegnato che la moneta svolge un ruolo centrale nel capitalismo. Il problema è che l’euro è una moneta progettata malissimo. O meglio: l’euro è progettato per invalidare gli Stati e l’intervento pubblico, e per premiare invece la grande finanza. L’euro si sposa a meraviglia con il patto di Maastricht che sancisce la piena libertà di movimento dei capitali e l’assoluta deregolamentazione dei mercati finanziari. Anche uno studente di economia al primo anno di università riesce a comprendere perché una moneta unica per 21 paesi diversi non può funzionare bene. L’euro è inefficiente perché mette forzatamente sotto lo stesso ombrello monetario – stesso tasso di interesse, uguali politiche monetarie e stesso tasso di cambio – 21 economie europee molto diverse tra loro. La Banca Centrale Europea ha il monopolio della moneta europea: ma la sua politica monetaria risulta per forza inadeguata per un certo numero di paesi, se non per tutti. Uno stesso abito non può andare bene per 21 persone diverse. Per esempio, un paese in forte crescita ma con un’inflazione elevata ha bisogno di tassi alti per raffreddare l’economia; mentre il paese con un’economia lenta o ferma ha bisogno di tassi bassi. Oggi l’Italia per rilanciare l’economia avrebbe la necessità di bassi tassi di interesse e di svalutare il tasso di cambio, in modo da aumentare il credito bancario, gli investimenti e le esportazioni. Ma la BCE, con la scusa della guerra in Iran, dell’aumento del prezzo del petrolio e dell’inflazione, vuole (assurdamente) aumentare il tasso di interesse centrale: si muove in direzione opposta alle necessità dell’economia italiana ed europea. La BCE infatti è “indipendente” e fa quello che vuole.

L’euro è anche una moneta strutturalmente instabile; è sempre sull’orlo della crisi e della rottura perché non è garantita da un fondo fiscale comune europeo, quindi è completamente in balia dei mercati. Occorre comprendere che ogni moneta rappresenta la ricchezza complessiva del suo Paese e che (come i titoli di Stato) è in ultima analisi garantita dai ricavi fiscali dello Stato che la emette. Ma l’euro non ha questa garanzia: infatti non esistono uno Stato Europeo e un fondo fiscale europeo. Non esiste soprattutto una tassa europea prelevata ogni anno dai cittadini e dalle imprese europee, e non c’è solidarietà fiscale nella UE. Anzi, esistono i paradisi fiscali nella UE. L’euro è quindi sostanzialmente una valuta “scoperta”, non garantita da un flusso fiscale certo. In realtà finora solo la Germania ha coperto (male) l’euro, ma c’è da dubitare che lo possa fare ancora in futuro. La speculazione può dunque bersagliare facilmente la valuta euro colpendo per primi i titoli di debito pubblico dei paesi più fragili dell’eurozona, quelli che hanno maggiori sbilanci fiscali, commerciali, finanziari. Quando la Grecia, che contava solo per il 2,5% del PIL europeo, era in via di fallimento, stava per crollare anche tutto il sistema monetario della ricca Europa. L’euro è quindi strutturalmente fragile.

C’è un altro grande problema: secondo il Trattato di Maastricht la BCE – a differenza di tutte le altre banche centrali del mondo – non può soccorrere gli Stati in difficoltà offrendo loro liquidità di emergenza. La BCE può finanziare le banche commerciali in crisi, ma non gli Stati. Se uno Stato è in difficoltà, anche solo temporanea, a servire il suo debito, la BCE non può offrirgli liquidità per soccorrerlo. Gli Stati dell’euro sono quindi nudi di fronte ai mercati finanziari.

L’euro è solo un’unione monetaria, non una vera moneta europea

La moneta europea non è realmente una moneta, ma solo una unione di monete. Per capirlo occorre mettersi nei panni di un operatore che vuole investire sull’euro. In generale, quando un investitore vuole acquistare grosse somme di valuta non compra, ovviamente, le banconote o le monete metalliche: queste infatti non solo sono scomode da portare, ma soprattutto non rendono perché la moneta non genera interessi. I grandi investitori comprano i titoli di Stato denominati in quella moneta in modo da guadagnare dagli interessi. Le obbligazioni pubbliche sono sicure come la moneta perché, come la moneta, sono garantite dallo Stato ma, a differenza della moneta, fruttano interessi. Così, se una società finanziaria o una banca vuole comprare qualche milione di dollari, compra i titoli di Stato americani; invece, se un operatore vuole comprare milioni di euro non può comprare degli Eurobond perché (a parte alcune eccezioni[1]) non esistono. Gli investitori devono scegliere tra 21 titoli di Stato denominati in euro di 21 diversi paesi europei. Ma questi titoli/moneta sono tutti differenti l’uno dall’altro: i prezzi e i rendimenti dei titoli sono differenti perché i bilanci pubblici dei diversi paesi europei presentano diversi livelli di equilibrio, di affidabilità e di rischio. Gli Stati con le finanze pubbliche più a rischio promettono agli investitori interessi più alti, altrimenti questi, a parità di rendimento, comprerebbero solo i titoli più sicuri, quelli tedeschi.

In conclusione, per un investitore extra-UE l’euro effettivamente non esiste: esistono 21 titoli diversi tra loro e quindi 21 “euri”. Naturalmente avere 21 euri diversi emessi da 21 paesi diversi rende la moneta europea particolarmente instabile: se un solo Stato – come per esempio la Grecia o l’Italia – non riesce più a servire il suo debito mette a rischio tutta l’impalcatura dell’euro. L’eurozona è quindi un edificio strutturalmente instabile. Nessuno sa se tra due, cinque, dieci o venti anni l’euro esisterà ancora.

L’euro è una valuta che strangola gli Stati

Generalmente uno Stato sano finanzia con le tasse le sue spese correnti e – come qualsiasi altra azienda – finanzia con il debito gli investimenti pluriennali. Il debito pubblico è infatti necessario per il progresso del paese e delle sue infrastrutture. Prima di Maastricht, e prima della completa liberalizzazione dei capitali decisa a Maastricht, lo Stato poteva finanziare facilmente le spese correnti con i risparmi dei suoi cittadini perché non era permessa la “fuga di capitali”, ovvero la speculazione dei ricchi sui mercati finanziari esteri. Inoltre il debito di uno Stato – necessario per effettuare gli investimenti – poteva essere assorbito almeno in parte dalla sua Banca Centrale con moneta nazionale: quindi il debito pubblico era controllato e, in parte, era solo una partita di giro. I governi fissavano il tasso di interesse della moneta (ovvero “il prezzo” della moneta nazionale) in base ai programmi di sviluppo del paese e alla situazione economica corrente. Le banche centrali nazionali potevano acquistare i titoli di debito statali eventualmente non assorbiti dai mercati finanziari emettendo moneta, così che sui mercati venisse sempre raggiunto il tasso di interesse fissato dai governi. In gergo si dice che (prima di Maastricht) era permessa la “monetizzazione del debito pubblico”. In tale modo gli Stati potevano investire autonomamente sullo sviluppo del Paese. In effetti dal 1945 al 1975, nei cosiddetti “Trenta gloriosi”, c’è stato uno sviluppo impetuoso del capitalismo, sviluppo senza crisi.

Con il trattato di Maastricht cambia tutto: la BCE diventa completamente indipendente dai governi e non può finanziare né gli Stati né la UE. I governi dell’eurozona, senza più la copertura della loro banca centrale, possono finanziare i loro debiti (ovvero i loro investimenti) solo ricorrendo ai mercati, solo pagando lauti tassi di interesse decisi esclusivamente dai mercati. I mercati finanziari dominano sugli Stati, controllano di fatto i loro bilanci, e la speculazione finanziaria può portare gli Stati al fallimento. La tendenza generale è che i debiti si accumulano, e allora i governi sono portati a perseguire politiche di austerità. Infatti la crescita dei debiti comporta la crescita del costo dei debiti sui mercati. Per evitare l’aumento dello spread, i governi sono allora costretti a imporre il taglio delle spese sociali e degli investimenti pubblici e la compressione del costo del lavoro.

Moneta unica e austerità sono due facce della stessa identica medaglia

L’austerità non è solo una politica suicida decisa dai “burocrati” di Bruxelles: l’austerità è una necessità strutturale prodotta dalla moneta unica. Le politiche di austerità sono micidiali perché sono procicliche e aggravano la crisi invece di curarla. Infatti, in un regime di moneta unica i mercati non possono svalutare la valuta di un singolo paese che perde competitività rispetto agli altri e che ha una bilancia commerciale in deficit. Il paese debole rimane agganciato a una valuta troppo forte per la sua condizione competitiva. La svalutazione permetterebbe in generale al governo del paese poco competitivo di “guadagnare tempo” per riformare l’economia e renderla più concorrenziale. Invece, senza potere svalutare la valuta, quel governo deve per forza realizzare al più presto una dolorosa svalutazione interna per ridurre i prezzi delle merci nazionali sui mercati internazionali e recuperare così competitività. Il governo deve tagliare contemporaneamente i salari e la spesa pubblica: ma questo provoca un effetto moltiplicativo negativo e condanna l’economia nazionale all’asfissia perché produce la caduta dei redditi, dei consumi e, quindi, degli investimenti. Il debito italiano al 138% sul PIL deriva dal fatto che nella gabbia dell’euro non è stato possibile attuare una politica monetaria autonoma e svalutare. L’austerità è scattata in Europa da quando nel 2008 è scoppiata la Grande Crisi Finanziaria, prima in America e poi nel nostro continente. Da qui lo spaventoso declino europeo sia in campo economico che in quello tecnologico. Se gli investimenti calano, cala anche la produttività, e non c’è più interesse a innovare.

L’euro è una manna per la finanza mondiale

Considerando che l’architettura dell’eurozona è così evidentemente squilibrata e insostenibile, ci si può chiedere come mai l’euro sia finora sopravvissuto alle sue numerose e gravi crisi. C’è una spiegazione. L’euro procura enormi profitti alla grande finanza e alle multinazionali; inoltre il crollo dell’euro manderebbe in crisi gravissima e probabilmente irreversibile il mercato finanziario globale. L’euro infatti è la seconda valuta mondiale di riserva dopo il dollaro. Non sorprende qui che il maggiore sostegno all’euro provenga dalla grande finanza. Ecco perché i “padroni del mondo”, le grandi società finanziarie e le grandi multinazionali continuano a puntellare l’euro, nonostante tutte le sue crisi. Agli americani e alla finanza internazionale conviene mantenere in piedi una valuta fragile che non potrà mai fare concorrenza al dollaro e da cui estrarre enormi profitti, dell’ordine di molte centinaia di miliardi all’anno. L’euro e la UE alimentano la finanza parassitaria mondiale.

Come realizzare una moneta comune europea al posto dell’euro

La soluzione forse più efficace per realizzare una moneta comune europea, una moneta confederale, potrebbe essere quella prospettata su Le Monde Diplomatique da Frederic Lordon[2]. L’economista e filosofo francese propone che ogni Stato dell’eurozona, attraverso la sua banca centrale, abbia la possibilità di gestire la sua moneta in piena autonomia secondo le necessità dell’economia nazionale. Tuttavia propone anche che le singole monete nazionali – l’euro-lira, l’euro-marco, l’euro-franco, ecc. – facciano parte di un sistema valutario comune da contrapporre alle altre monete internazionali, il dollaro, lo yen, la sterlina, lo yuan e le altre valute. “L’equilibrio si ritrova se invece di una moneta unica si pensa a una moneta comune, ossia a un euro dotato di ‘rappresentanti nazionali’: gli euro-franchi, le euro-pesetas, le euro-lire, ecc.”, spiega Lordon.

L’aspetto determinante della proposta di Lordon è che le valute nazionali dei paesi europei abbiano dei tassi di cambio fissi tra di loro, ma aggiustabili in sede politica, ovvero grazie ad accordi tra i governi, in modo, per esempio, che le bilance commerciali dei singoli paesi vengano a trovarsi tendenzialmente in posizioni equilibrate. La proposta non è certo campata in aria: anche quando nacque l’euro i tassi di conversione tra le valute nazionali e la moneta unica furono fissati dai governi in base a parametri concordati e a valutazioni di mercato. Si decise, per esempio, che un euro equivaleva a 1.936,27 lire e a 1,95583 marchi. Spiega inoltre Lordon: “Immaginiamo un nuovo contesto in cui le denominazioni nazionali dell’euro non siano direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan, ecc.) né tra di loro. Tutte le convertibilità, esterne ed interne, passano attraverso una nuova BCE che agisce come una sorta di ufficio di cambio, ma che è privata di qualsiasi potere di politica monetaria. Questo potere viene restituito alle banche centrali nazionali… L’ordine interno di una zona monetaria europea, una volta liberata dal flagello dei mercati valutari, rende dunque le svalutazioni dei processi interamente politici, dove spetta ai negoziati interstatali concordare eventualmente una nuova scala di parità tra le euro-monete europee”. Nel contesto della moneta comune i governi europei si assumerebbero il compito di rivedere periodicamente i tassi interni di cambio (come del resto accadeva anche nel sistema di Bretton Woods) per evitare che si creino scompensi e punti di rottura del sistema.

Secondo la proposta dell’economista francese, “la convertibilità interna tra le euromonete nazionali si realizza presso l’unico sportello della BCE, a parità fisse, decise politicamente… (mentre, NdR) la convertibilità esterna, riservata all’euro, viene invece effettuata come sempre sui mercati dei cambi internazionali, quindi a tassi fluttuanti, ma la conversione può passare solo attraverso la BCE, che è l’unico attore abilitato a convertire l’euro per conto degli agenti europei (pubblici e privati)”. Grazie a questo regime si introdurrebbe stabilità e flessibilità nei rapporti monetari tra i paesi europei, evitando il caos e le crisi dovute alla pressione dei mercati valutari. In questo scenario “ci siamo quindi liberati dai mercati dei cambi intraeuropei, che erano al centro delle crisi monetarie ricorrenti all’epoca del Sistema Monetario Europeo, e ci siamo anche protetti dai mercati dei cambi extraeuropei grazie al nuovo euro. È questa duplice proprietà che dà la forza alla moneta comune”.

Secondo il progetto di Lordon, gli investitori esterni all’area euro non potrebbero investire direttamente su una singola valuta euro nazionale, per esempio sull’euro-dracma o sull’euro-lira, ma dovrebbero prima investire sull’euro moneta comune: poi la nuova BCE, in base ai tassi di cambio stabiliti all’interno dell’area euro, avrebbe il compito di convertire la valuta extraeuropea, per esempio il dollaro, nelle euro-monete nazionali. Il nuovo regime tenderebbe ad annullare i movimenti speculativi sulle valute che mettono a rischio le economie delle nazioni e producono divaricazioni violente tra paesi debitori e creditori. Grazie all’euro-bancor si potrebbero coniugare efficacemente sovranità nazionale e cooperazione europea, stabilità e sviluppo.


[1] Le principali eccezioni sono i titoli di debito emessi dalla UE al tempo del Coronavirus e i titoli, sempre emessi dalla UE, per finanziare la difesa (programma SAFE).

[2] Frederic Lordon, Le Monde Diplomatique, “Sortir de l’euro?”, agosto 2013; Frédéric Lordon, La malfaçon: Monnaie européenne et souveraineté démocratique, Les Liens qui Libèrent, 2014.


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