Non solo banche: gli «extraporofitti» riguardano anche i carburanti. L’impennata dei prezzi fa tornare di attualità l’idea di chiedere alle compagnie un contributo straordinario. La nostra guida alla tassa sugli extraprofitti: come funziona, quanti profitti straordinari hanno generato petrolio e gas e come potrebbero essere tassati
L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas seguita all’escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran e alla successiva chiusura parziale dello Stretto di Hormuz ha riaperto un dibattito che sembrava archiviato dopo la crisi energetica del 2022: quello sulla tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifiche ed energetiche. La questione è tornata al centro del confronto politico in tutta Europa mentre i prezzi dei carburanti hanno ripreso a correre, in alcuni casi superando la soglia dei 3 euro al litro nelle aree di servizio autostradali, e famiglie e imprese si trovano nuovamente a fare i conti con un aumento dei costi energetici. Sul tavolo c’è l’ipotesi di un nuovo contributo straordinario a carico delle grandi compagnie energetiche, destinato a finanziare misure di sostegno contro il caro-energia.
Perché si parla di extra-profitti?
Il concetto di extraprofitti si basa sull’idea che una parte degli utili realizzati dalle aziende del settore non derivi da investimenti, innovazione o maggiore efficienza, ma da eventi geopolitici eccezionali che determinano un improvviso aumento dei prezzi delle materie prime. La chiusura parziale dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha provocato un forte incremento delle quotazioni del greggio e del gas naturale liquefatto. Per le società attive nell’estrazione, nella produzione e nella commercializzazione di idrocarburi ciò si è tradotto in un aumento dei margini operativi e dei profitti. Secondo le stime degli analisti, le grandi major internazionali — da ExxonMobil a Chevron, da Shell a BP fino alla francese TotalEnergies — hanno registrato nel corso degli ultimi trimestri miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi grazie al rialzo delle quotazioni energetiche. Anche gruppi europei integrati come Eni beneficiano generalmente di prezzi elevati del greggio attraverso la divisione Exploration & Production, pur subendo in parte gli effetti negativi sul lato della raffinazione e della distribuzione.
Ma quanto valgono?
Determinare con precisione l’ammontare degli extraprofitti non è semplice. Non esiste infatti una definizione univoca. La metodologia più utilizzata consiste nel confrontare gli utili correnti con la media dei profitti registrati negli anni precedenti. La Commissione europea, nel contributo di solidarietà introdotto nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, considerava extraprofitti la quota di utili che eccedeva di oltre il 20% la media degli utili imponibili realizzati nel quadriennio precedente. Applicando un criterio analogo, una parte significativa degli utili registrati dalle grandi compagnie energetiche dall’inizio della nuova crisi mediorientale potrebbe essere classificata come profitto straordinario. Le cifre complessive a livello europeo potrebbero raggiungere diverse decine di miliardi di euro, anche se una quantificazione definitiva richiederà la pubblicazione dei bilanci annuali.
Che cosa successe nel 2022 col governo Draghi?
L’Italia è stata tra i primi Paesi europei a tentare la strada della tassazione straordinaria degli extraprofitti energetici. Nel marzo 2022 il governo Draghi introdusse un contributo straordinario inizialmente pari al 10%, successivamente elevato al 25%, destinato alle imprese che producono, importano, distribuiscono e vendono energia elettrica, gas e prodotti petroliferi. L’obiettivo era raccogliere risorse per finanziare gli interventi contro il caro-bollette (ne scrivemmo qui). Il meccanismo, tuttavia, non si basava sugli utili di bilancio ma sull’incremento delle operazioni imponibili ai fini Iva, confrontando le liquidazioni relative a due periodi diversi. La scelta fu motivata dalla necessità di ottenere rapidamente gettito senza attendere l’approvazione dei bilanci societari. Il governo stimava un incasso vicino ai 10 miliardi di euro. La misura generò però un ampio contenzioso. Molte aziende contestarono il metodo di calcolo sostenendo che la base imponibile non riflettesse i reali profitti ma comprendesse anche operazioni prive di collegamento con gli effettivi guadagni energetici. Numerosi operatori presentarono ricorso davanti al Tar del Lazio e furono sollevati dubbi di costituzionalità sulla struttura dell’imposta.
Che cosa propose allora l’Europa?
Parallelamente Bruxelles introdusse nel 2022 un diverso strumento: il cosiddetto «contributo di solidarietà temporaneo». La misura colpiva le imprese operanti nei settori petrolio, gas, carbone e raffinazione applicando un prelievo sugli utili eccedenti di oltre il 20% la media degli ultimi quattro esercizi fiscali. A differenza del modello italiano, il riferimento era costituito dai risultati contabili e non dalle liquidazioni Iva. Molti osservatori considerano questo schema più robusto dal punto di vista giuridico perché collega il prelievo ai profitti effettivamente conseguiti.
Come potrebbe funzionare una nuova tassa oggi?
Se il governo italiano decidesse di intervenire nuovamente, avrebbe davanti almeno tre possibili strade. La prima sarebbe replicare il modello europeo del 2022, applicando un’aliquota straordinaria sugli utili superiori a una determinata soglia rispetto alla media storica. Ad esempio, si potrebbe tassare con un’aliquota aggiuntiva del 25-33% la quota di profitto che eccede del 20% o del 30% i risultati medi degli ultimi quattro anni. La seconda opzione consisterebbe nell’introdurre un contributo limitato alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas, escludendo le divisioni industriali e commerciali. In questo modo verrebbero colpiti i segmenti che beneficiano direttamente dell’aumento delle quotazioni. La terza ipotesi, sostenuta da alcuni governi europei, prevede una tassazione coordinata a livello Ue per evitare distorsioni concorrenziali e fenomeni di arbitraggio fiscale tra i diversi Paesi membri.
Quali sono i rischi dell’intervento
L’argomento divide economisti e governi. I sostenitori della tassa ritengono che sia giusto redistribuire una parte dei guadagni straordinari generati da una crisi geopolitica e utilizzare le risorse per contenere il costo dell’energia per famiglie e imprese. I contrari sostengono invece che un’imposizione straordinaria possa scoraggiare gli investimenti nel settore energetico, ridurre la capacità produttiva e aumentare l’incertezza normativa. Inoltre, definire cosa costituisca realmente un extraprofitti resta un esercizio complesso: prezzi elevati possono essere il risultato di anni di investimenti e assunzione di rischi industriali, non soltanto di circostanze eccezionali.
Qual è il nodo politico?
La Commissione europea ha chiarito che la tassazione degli extraprofitti «rientra principalmente nelle competenze degli Stati membri». Bruxelles non esclude interventi nazionali purché compatibili con il diritto europeo, ma al momento non sembra orientata a riproporre un’iniziativa comune analoga a quella del 2022. Per questo motivo il confronto si sta spostando sulle capitali nazionali. Con il petrolio tornato a livelli elevati, i carburanti in forte crescita e il rischio di nuove tensioni sull’approvvigionamento energetico globale, il tema degli extraprofitti delle compagnie petrolifere è destinato a restare uno dei dossier economici più caldi dell’autunno.
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