Nel linguaggio politico è il tempo degli extraprofitti, ieri quelli delle banche, ora è il turno delle compagnie petrolifere, favorite nei profitti dalla situazione di incertezza dello stretto di Hormuz con la conseguente altalena del prezzo del petrolio.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, insieme ai colleghi di altri sei Paesi ha chiesto all’Europa di imporre una tassa sugli extraprofitti energetici in modo da utilizzare il ricavato per arginare i prezzi al consumo.
Dall’Ue è trapelato scetticismo e la convinzione che spetti ai singoli governi intervenire come meglio credono, ma una risposta ufficiale arriverà solo nei prossimi giorni e i favorevoli a un’iniziativa europea, che finalmente compirebbe un primo passo nella direzione di una strategia comune energetica, stanno cercando di convincere i riottosi sull’utilità di una simile iniziativa. Che però presenterebbe non pochi problemi attuativi. Di qui le diverse opinioni degli economisti sull’opportunità di questa tassazione straordinaria.
L’esperienza del 2022 del governo Draghi
Draghi lo fece. Ricorda Paolo Panteghini, docente di Scienza delle finanze all’università di Brescia: «Anche il governo Draghi nel 2022 fece un pasticcio. Pensando che sia le società petrolifere sia le imprese che producevano e distribuivano energia avessero beneficiato del rialzo dei prezzi delle materie prime, decise di tassare i loro extraprofitti, utilizzando come base imponibile le liquidazioni Iva, anziché gli utili societari. Con questo criterio, avvolto ancora oggi dal mistero, il governo Draghi raccolse circa due miliardi, dei dieci inizialmente previsti. A dimostrazione che è difficile stimare gli extraprofitti realizzati da un’azienda».
Perché la tassa sugli extraprofitti non serve a calmierare i prezzi
Non serve a calmierare i prezzi. Lo sostengono Leonzio Rizzo, docente di Economia pubblica all’università di Ferrara e Marco Leonardi, docente di Economia all’università di Ferrara: «Tassare gli extraprofitti redistribuisce una parte dei guadagni, ma non serve per abbassare il prezzo alla pompa che non dipende solo dal petrolio ma anche da quanto costa raffinarlo. Quando le raffinerie sono poche o lavorano al limite, il margine di raffinazione può salire molto e tenere alto il prezzo alla pompa, anche se il prezzo del petrolio e le accise scendono. È esattamente quel che sta succedendo e il margine di raffinazione è 4 o 5 volte quello normale. Sarebbe più efficace un tetto temporaneo a questo margine, con un intervento europeo simile a quello che prese nel 2022 la Commissione sul tetto al prezzo del gas. Così il prezzo continuerebbe a seguire il mercato, ma senza trasferire ai consumatori margini fuori norma».
Tabarelli: questa proposta è un’arma di distrazioine di massa
L’inutilità della tassa. Decisamente contrario è Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «L’ipotesi di una tassa è assai poco convincente, non aumenterebbe la disponibilità di petrolio né ridurrebbe nell’immediato la pressione sui mercati. Il problema principale è stabilire che cosa possa essere considerato realmente un extraprofitto rispetto a un normale rendimento del capitale. Inoltre, le compagnie petrolifere italiane sono già soggette a una maggiorazione dell’Irap, passata dal 2% al 4% dal febbraio 2025, proprio con l’obiettivo di incidere su questi utili.
Perciò una nuova imposta rischierebbe di trasformarsi in un’arma di distrazione di massa, senza intervenire sulle cause strutturali del caro-energia. La vera criticità è la carenza di investimenti nell’estrazione di petrolio e gas al di fuori del Golfo Persico. Una strategia efficace dovrebbe puntare sull’aumento della capacità produttiva, sulla costruzione di nuove raffinerie e sullo sviluppo di alternative energetiche».
È sbagliato intervenire sulle accise meglio la tassa sugli extraprofitti. Non ha dubbi Andrea Boraschi, direttore per l’Italia di T&E (Transport & Environment), Osservatorio internazionale sulla mobilità: «Nei due anni successivi all’invasione russa dell’Ucraina le aziende europee produttrici di combustibili fossili hanno realizzato profitti per 180 miliardi di euro. È giusto che essi vengano tassati e che il denaro così ottenuto sia utilizzato per ridurre l’esposizione delle famiglie a basso reddito alle fluttuazioni dei prezzi dei combustibili e dell’energia. Il governo deve smettere di spendere fondi pubblici per sterilizzare il prezzo dei carburanti alla pompa. È una strategia che avvantaggia iniquamente le classi più abbienti. Quei soldi dovrebbero essere investiti in misure strutturali per ridurre la dipendenza dal petrolio e sostenere le famiglie vulnerabili nell’elettrificazione dei consumi».
Stagnaro: è il solito teatrino della poltica
Il teatrino della politica. Secondo Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni: «La campagna sugli extraprofitti è demagogica. Rischiano di fare danni le reazioni scomposte delle nostre istituzioni: il governo minaccia le immancabili tasse sugli extraprofitti; Mister Prezzi chiede chiarimenti alle compagnie petrolifere; l’Autorità per l’energia istituisce l’ennesima taskforce.
Si tratta di puro teatrino: le leggi già attribuiscono ai regolatori e all’esecutivo tutti i poteri di cui hanno bisogno per vigilare contro eventuali abusi. Se si ravvisano dei comportamenti illeciti, li si perseguano: se non ve ne sono evidenze, non si alzi la voce gridando al lupo. In un contesto come quello attuale, il governo dovrebbe concentrarsi non sui prezzi ma sulla sicurezza energetica del Paese. In un’emergenza bisogna tenere i nervi saldi, non rinfocolare il nervosismo.
Il profitto non è extra. Dice Giulio Sapelli, professore emerito all’università Statale di Milano: «Gli extraprofitti non sono altro che i profitti che le società energetiche fanno. Se fissiamo il prezzo del gas attraverso un meccanismo borsistico poi non ha senso parlare di extraprofitti. Un tempo il prezzo del gas era stabilito col metodo take or pay, fissando il prezzo a venti o trenta anni con un accordo tra venditore e compratore. Bisogna tornare lì, con buona pace della tassa sugli extraprofitti: non è ammissibile che a dettare legge sia la borsa di Amsterdam».
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