In Italia l’acqua che esce dal rubinetto è il punto finale
di una rete infrastrutturale che, in molte aree del Paese, è ancora
caratterizzata da perdite elevate. Il problema non riguarda soltanto la
quantità di risorsa che si disperde: significa anche dover trasportare,
trattare e pompare acqua che non arriverà mai all’utente.
Secondo gli ultimi dati disponibili di ARERA, le
perdite idriche rappresentano ancora la principale voce di investimento
programmata nel servizio idrico integrato. Nel periodo 2024-2029, infatti, il 26,31%
del fabbisogno di investimenti è destinato proprio alla riduzione delle
perdite.
È un segnale importante: il problema non è più soltanto
quello di riparare una tubatura quando si rompe, ma di rendere l’intera rete
più efficiente e resiliente.
Una rete che in alcune zone disperde quasi metà dell’acqua
I dati più recenti di Istat mostrano quanto la situazione
possa cambiare da un territorio all’altro.
Nel 2022, ultimo anno per cui Istat ha pubblicato il
dettaglio territoriale nel rapporto dedicato alle acque, nelle reti comunali di
distribuzione dell’acqua potabile sono stati immessi circa 2,3 miliardi di
metri cubi d’acqua nei 109 comuni capoluogo di provincia e città metropolitana.
Di questi, circa 0,8 miliardi sono andati dispersi, pari al 35,2%
del volume immesso.
Il dato nazionale nasconde però differenze molto marcate.
In Basilicata le perdite raggiungevano il 65,5%, in
Abruzzo il 62,5%, in Molise il 53,9%, in Sardegna il 52,8%
e in Sicilia il 51,6%. Al contrario, tra i valori più contenuti
figuravano la Provincia autonoma di Bolzano, con il 28,8%, l’Emilia-Romagna con
il 29,7% e la Valle d’Aosta con il 29,8%.
Non significa, però, che ogni litro classificato come
“perso” sia necessariamente uscito fisicamente da una tubatura. La voce
comprende infatti sia perdite reali, dovute a rotture e guasti, sia perdite
apparenti, legate per esempio a errori di misurazione, consumi stimati o
utilizzi non contabilizzati.
È proprio per questo che intervenire sulla rete significa
anche migliorare la capacità di misurare ciò che accade.
Quanto costa una rete che perde?
Il tema degli investimenti è centrale.
Per il quarto periodo regolatorio 2024-2029, ARERA stima una
spesa programmata complessiva di 565 euro per abitante, equivalente a
circa 94 euro l’anno per abitante. Si tratta di un aumento significativo
rispetto ai circa 69 euro annui per abitante del precedente periodo regolatorio
2020-2023.
La riduzione delle perdite rappresenta la quota più
consistente degli investimenti programmati, seguita dagli interventi per
diminuire le interruzioni del servizio, migliorare la qualità dell’acqua
depurata e adeguare il sistema fognario. Non si tratta quindi soltanto di
sostituire tubazioni vecchie.
Una rete idrica più efficiente richiede distrettualizzazione,
sistemi di telecontrollo, sensoristica, misurazione dei flussi e individuazione
delle perdite occulte. Sono tecnologie che permettono di capire dove
intervenire prima che un problema diventi una vera emergenza.
La digitalizzazione può aiutare a trovare l’acqua che non vediamo
È uno degli aspetti su cui il settore sta puntando
maggiormente.
La distrettualizzazione, per esempio, consiste nel dividere
una rete molto estesa in aree più piccole e controllabili. Attraverso la
misurazione delle portate e delle pressioni è possibile individuare anomalie
che possono indicare una perdita.
Anche i contatori intelligenti stanno assumendo un ruolo
crescente. Un esempio recente arriva proprio dal sistema rappresentato
da Utilitalia: a settembre 2026 Acqualatina aveva superato le 115.000
installazioni di smart meter nel territorio gestito, con una nuova fase di
installazioni riguardante circa 16.000 utenze a Gaeta. La digitalizzazione dei
contatori viene utilizzata per rendere più efficiente e trasparente la gestione
del servizio.
Il punto è interessante perché mostra come la gestione
dell’acqua stia diventando sempre più una questione di dati: sapere
quanto viene immesso nella rete, quanto viene effettivamente consumato e dove
si verificano anomalie permette di orientare meglio gli interventi.
Utilitalia: un settore che rappresenta gran parte del servizio idrico
È qui che entra la realtà indicata nella mappatura.
Utilitalia è la federazione che rappresenta le
imprese dei servizi pubblici locali nei settori acqua, ambiente ed energia.
Attualmente conta oltre 400 soggetti associati, con più di 100.000
addetti complessivi e un valore della produzione superiore a 68 miliardi di
euro. Nel settore idrico, gli associati garantiscono servizi all’86% della
popolazione italiana.
La federazione ha una sezione specificamente dedicata
all’acqua, attraverso la quale rappresenta e supporta gli operatori del
servizio idrico integrato.
Tra le proposte avanzate da Utilitalia c’è anche quella di
portare gli investimenti nel settore a 100 euro per abitante all’anno,
puntando sul rinnovo delle infrastrutture, sulla resilienza climatica e sul
superamento delle gestioni frammentate.
La cifra è particolarmente interessante se confrontata con
quella di ARERA: i circa 94 euro per abitante all’anno di investimenti
programmati per il 2024-2029 mostrano che il settore si sta avvicinando a quel
livello, anche se la distribuzione degli investimenti e le condizioni delle
reti rimangono molto differenti tra territori.
Non è solo un problema di acqua
Una rete che perde non rappresenta soltanto una perdita di
risorsa.
Ogni litro che deve essere prelevato, trattato e pompato
richiede infrastrutture, energia e attività di gestione. Ridurre le dispersioni
significa quindi intervenire contemporaneamente sulla sicurezza
dell’approvvigionamento, sull’efficienza energetica e sulla resilienza del
servizio.
Il tema diventa ancora più rilevante in un Paese esposto a
periodi di siccità sempre più frequenti e a una crescente variabilità delle
precipitazioni.
Per ARERA, infatti, nel periodo 2024-2029 è stato stimato
anche un fabbisogno di circa 1,4 miliardi di euro per interventi legati
alla resilienza del sistema idrico, tra cui interconnessioni tra acquedotti,
nuovi serbatoi, adeguamento delle opere di captazione e infrastrutture per il
riuso delle acque depurate.
La questione, quindi, non è soltanto quanta acqua
perdiamo oggi: è capire se le infrastrutture italiane saranno in grado di
gestire quella che avremo a disposizione domani. E in questo scenario, ridurre
le perdite significa fare una cosa molto semplice ma tutt’altro che banale: usare
meglio l’acqua che già abbiamo, prima ancora di cercarne di nuova.
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