Presto una esclusiva dal Vaticano. Qualcuno finalmente inizia a tirare le somme.
C’è una parola che oggi pesa più dei numeri.
Più dei debiti. Più dei bilanci. Più delle vertenze. Più delle dichiarazioni.
Quella parola è silenzio.
Ed è proprio il silenzio che rischia di diventare la cosa più pericolosa intorno a Casa Sollievo della Sofferenza. Perché quando un’istituzione attraversa una fase difficile, il silenzio non rassicura.
Inquieta.
Quando i lavoratori chiedono spiegazioni, quando i sindacati contestano scelte, quando i giornalisti pongono domande, quando i cittadini vogliono comprendere, la risposta non può essere l’insofferenza. E soprattutto non può essere quella frase che, più di qualsiasi comunicato, racconta una concezione sbagliata del rapporto tra chi decide e chi osserva: “Chi sei tu per…?”
Chi sei tu per chiedere? Chi sei tu per sapere? Chi sei tu per mettere in discussione? Chi sei tu per parlare?
La risposta è molto più semplice di quanto qualcuno possa pensare: Sono un cittadino.
E questo dovrebbe bastare.
Perché Casa Sollievo non è una proprietà privata della coscienza di qualcuno
Casa Sollievo della Sofferenza non è nata per essere un luogo chiuso.
Non è nata per diventare una stanza dove pochi decidono e molti devono soltanto prendere atto.
È nata da una visione di San Pio. È cresciuta attraverso il lavoro di migliaia di persone.
È diventata grande grazie alla medicina, alla ricerca, alla professionalità. Ma è diventata anche grande grazie a una cosa che non può essere dimenticata: la generosità di un popolo immenso.
Persone che hanno donato. Famiglie che hanno contribuito. Fedeli che hanno affidato offerte alla missione di Padre Pio. Benefattori che hanno creduto in un’opera capace di trasformare la sofferenza in cura.
E allora una domanda diventa inevitabile: chi dona ha diritto di sapere?
La risposta non può che essere sì. Non perché il donatore debba amministrare. Non perché il cittadino debba sostituirsi ai manager. Non perché il giornalista debba decidere.
Ma perché la trasparenza è il prezzo minimo della fiducia.
Se i conti sono chiari, che paura fanno le domande?
Qui sta il punto. Nessuno chiede miracoli. Si chiedono dati. Si chiedono spiegazioni. Si chiedono responsabilità. Si chiede di capire come una realtà così importante sia arrivata alle difficoltà attuali e quale sia la strada per uscirne.
Se i numeri sono solidi, li si mostri. Se le decisioni sono corrette, le si spieghi. Se gli errori sono stati commessi, li si riconosca. Se esistono responsabilità, vengano accertate.
Se invece qualcuno ha raccontato una realtà inesatta, si dimostri documentalmente che è così.
È questa la democrazia.
Non il silenzio. Non l’arroccamento. Non l’indignazione verso chi domanda. Non il tentativo di trasformare il giornalista nel problema. Il problema, semmai, è ciò che resta senza risposta.
Il giornalista non è il nemico
C’è una pericolosa abitudine che va spezzata. Quella di considerare il giornalista un intruso quando pone domande scomode. Un giornalista non amministra Casa Sollievo. Non firma bilanci. Non dirige reparti. Non assume personale. Non stabilisce strategie. Ma fa una cosa che in una società democratica è indispensabile: domanda.
E domanda anche quando la risposta può essere scomoda.
Anzi, soprattutto quando è scomoda.
Perché se l’informazione dovesse limitarsi a ripetere ciò che chi governa desidera far sapere, non sarebbe più informazione. Sarebbe comunicazione.
E sono due cose profondamente diverse.
Casa Sollievo è anche San Giovanni Rotondo
C’è poi una verità che non può essere ignorata.
Casa Sollievo non è un corpo estraneo dentro San Giovanni Rotondo.
È parte della città. È parte dell’economia. È parte del turismo. È parte della rete commerciale. È parte dell’identità stessa del territorio.
Quando il turismo religioso rallenta, gli alberghi soffrono. Quando diminuiscono le presenze, i ristoranti soffrono. Quando il pellegrino arriva meno, il commercio soffre.
E quando un gigante come Casa Sollievo attraversa una fase di difficoltà, le conseguenze non possono rimanere confinate dentro i suoi cancelli.
Le sente tutta la città.
Le sente il Gargano. Le sente la Puglia. Le sentono migliaia di famiglie.
E allora diventa ancora più incomprensibile pensare che tutto possa essere risolto in una stanza chiusa, lontano dagli occhi di chi vive quelle conseguenze ogni giorno.
Nessuno è proprietario della Casa
Casa Sollievo non è dei sindacati. Non è dei giornalisti. Non è dei politici. Non è di chi protesta.
Non è nemmeno di chi, legittimamente, ha ricevuto l’incarico di amministrarla.
È una responsabilità.
Una responsabilità enorme.
Chi riceve l’onere di guidarla riceve anche il dovere di spiegare.
E più grande è l’incarico, maggiore deve essere la disponibilità al confronto.
Non il contrario.
Perché amministrare non significa diventare proprietari della verità.
E avere un ruolo non significa acquisire il diritto di zittire chi non lo possiede.
E poi c’è San Pio
Qui bisogna avere rispetto.
Perché tirare in ballo San Pio non può essere un esercizio retorico. Non può essere una frase da mettere in fondo a un comunicato. Non può essere una fotografia da esibire quando serve.
San Pio è l’origine di una storia.
E quella storia ha una parola precisa dentro: sofferenza.
La Casa è stata pensata per chi soffre. Per chi arriva malato. Per chi ha paura. Per chi non ha risposte. Per chi si affida.
Immaginare oggi una Casa che risponda a chi domanda “chi sei tu per chiedere?” sarebbe il contrario dello spirito con cui è nata.
Perché davanti a un malato nessuno domanda: “Chi sei tu per avere bisogno?”
Si cerca di curarlo.
Davanti a chi soffre non si costruisce un muro.
Si apre una porta.
E forse è proprio da qui che bisogna ricominciare.
IL MONDO HA DONATO. IL MONDO HA DIRITTO DI SAPERE.
Questa è la questione centrale. Non si sta chiedendo alla gente di amministrare Casa Sollievo.
Si sta chiedendo alla gente di poter comprendere. Di sapere dove siamo. Quali siano realmente le difficoltà. Quali siano i debiti e i crediti. Quali siano i costi. Quali siano le prospettive. Quali siano le responsabilità. Quale sia il piano per il futuro.
E soprattutto: quale Casa Sollievo vogliamo consegnare alle prossime generazioni?
Una struttura che si difende dal mondo? Oppure una struttura che torna ad aprirsi al mondo?
Perché il mondo che ha donato per Casa Sollievo non può essere convocato soltanto quando serve denaro. Non può essere ricordato soltanto quando servono offerte. Non può essere chiamato soltanto a pregare.
Deve essere rispettato anche attraverso la verità.
Il vero rischio non è parlare troppo. È tacere troppo.
Si può discutere di tutto. Dei conti. Dei contratti. Della gestione. Delle responsabilità. Dei sindacati. Della Regione. Della Chiesa. Della politica. Della direzione.
Ma una cosa dovrebbe mettere tutti d’accordo:
Casa Sollievo deve essere salvata.
E per salvarla non basta difenderne l’immagine. Bisogna difenderne la missione. Non basta proteggere il presente. Bisogna costruire il futuro. Non basta dire che va tutto bene. Bisogna dimostrare perché. E soprattutto non basta chiedere fiducia.
Bisogna meritarsela.
ADESSO NON SERVONO MURI. SERVE LUCE.
La crisi può diventare una tragedia. Oppure può diventare una rinascita.
Può essere il momento in cui tutti si chiudono nelle proprie posizioni.
Oppure quello in cui finalmente si apre ogni porta.
La Commissione istituita dalla Santa Sede può rappresentare l’occasione per fare ciò che finora è mancato: mettere ordine, verificare, comprendere, correggere e costruire.
Ma per farlo serve una cosa che nessun bilancio può comprare: fiducia.
E la fiducia nasce dalla trasparenza.
Per questo sarebbe un errore continuare a considerare le domande come un attacco.
Le domande sono una possibilità. Sono l’occasione per spiegare. Per chiarire. Per correggere. Per convincere. Per recuperare credibilità.
E allora basta con il “chi sei tu?”
Perché davanti a Casa Sollievo quella domanda dovrebbe essere definitivamente archiviata.
Chi sei tu?
Sono il cittadino che ha diritto di sapere. Sono il lavoratore che ha diritto di conoscere il proprio futuro. Sono il paziente che vuole sapere quale sarà il futuro dell’ospedale che lo cura. Sono il commerciante che vive anche dell’economia generata da quella realtà. Sono il pellegrino che arriva a San Giovanni Rotondo. Sono il benefattore che ha donato. Sono il giornalista che fa il proprio mestiere. Sono la persona che crede ancora che un’opera nata dalla fede debba avere il coraggio della verità.
E nessuno di loro è un intruso.
Casa Sollievo non può diventare la fortezza di pochi.
Non può diventare il luogo dove le decisioni si prendono al riparo dalle domande.
Non può diventare una macchina amministrativa che dimentica la ragione per cui è stata costruita.
Perché prima dei numeri c’è una storia. Prima dei bilanci c’è una missione. Prima degli incarichi c’è una responsabilità. E prima di ogni potere c’è una parola che dovrebbe valere per tutti: servizio.
San Pio non ha costruito una fortezza. Ha costruito una Casa.
E una Casa, quando è davvero una Casa, non ha paura di aprire le finestre.
“Le apre. Fa entrare la luce. Fa entrare la gente. Fa entrare anche le domande”
Perché soltanto dove entra la luce può tornare la fiducia.
A cura di Maurizio Varriano.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
