Dalle macroalghe coltivate nel mare Adriatico possono nascere pigmenti per la diagnostica, fibre tessili sostenibili, biopolimeri e biostimolanti per l’agricoltura. Dopo trenta mesi di ricerca, il progetto BIOBASED dell’Università di Foggia prova ora a compiere il passaggio più impegnativo: trasformare i risultati ottenuti nei laboratori e nei siti pilota in una vera filiera produttiva.
Il progetto Interreg Italia-Croazia è stato presentato a Napoli durante la conferenza finale ospitata nell’ambito di AquaBioTech 2026, il quarto simposio internazionale sulle biotecnologie acquatiche. Capofila è il Dipartimento di Scienze agrarie, alimenti, risorse naturali e ingegneria dell’Università di Foggia, con lo STAR* Facility Centre. La responsabilità scientifica è affidata al professor Matteo Francavilla.
Alla conferenza hanno partecipato anche la prorettrice Donatella Curtotti e il direttore del Dipartimento DAFNE Agostino Sevi, insieme a ricercatori, tecnici, rappresentanti delle università, delle imprese e delle istituzioni europee.
Avviato nell’aprile 2024 e finanziato dal programma Interreg VI-A Italia-Croazia 2021-2027, BIOBASED coinvolge sul fronte italiano il Cnr-Irbim e l’Associazione Mediterranea dell’Acquacoltura. I partner croati sono l’Università di Dubrovnik e il Centro per l’Imprenditorialità.
Macroalghe coltivate negli impianti di mitili e ostriche
Il cuore dell’innovazione è rappresentato dall’acquacoltura multitrofica integrata rigenerativa. Il sistema mette insieme specie appartenenti ai livelli più bassi della catena trofica, come produttori primari e organismi filtratori, creando relazioni capaci di rendere più efficiente l’impiego delle risorse.
Le macroalghe assorbono i nutrienti presenti nell’acqua e vengono coltivate insieme a mitili e ostriche. La produzione non dipende così dal prelievo delle popolazioni algali naturali e può contribuire al riequilibrio degli ecosistemi costieri.
La tecnologia è stata sperimentata in quattro siti pilota nell’Adriatico, localizzati tra il nord del Gargano, Cattolica e Mali Ston, in Croazia. Le prove hanno dimostrato che la coltivazione delle alghe può essere integrata negli impianti di molluschicoltura già esistenti, evitando la costruzione di un’infrastruttura completamente nuova.
Secondo le stime del gruppo di ricerca, un impianto composto da 16 long-line potrebbe produrre circa 130 tonnellate di biomassa umida all’anno. Per il Gargano significa poter immaginare una nuova attività economica collegata a strutture e competenze già presenti lungo la costa.
Un pigmento dal valore elevatissimo
Dopo la coltivazione, la biomassa viene trasformata attraverso una bioraffineria sequenziale che utilizza acqua come solvente. Le diverse componenti vengono progressivamente separate e destinate alle applicazioni più adatte, riducendo il ricorso a sostanze chimiche e limitando gli scarti.
Tra i composti di maggiore interesse figura la R-ficoeritrina, una proteina-pigmento fluorescente utilizzata come marcatore nelle tecniche diagnostiche e nelle analisi cellulari. Il suo valore può raggiungere circa 230 euro al milligrammo.
Dalla stessa biomassa è possibile ricavare agar per la produzione di fibre tessili sostenibili e biopolimeri. Le frazioni ricche di amminoacidi e fitormoni possono invece essere trasformate in biostimolanti per favorire lo sviluppo delle piante e migliorare l’efficienza delle coltivazioni.
Le prospettive commerciali più concrete sono state individuate nell’alimentazione, nell’agricoltura, nella cosmetica e nel tessile. È stata invece esclusa la produzione di biocarburanti, che richiederebbe quantità di biomassa troppo elevate per raggiungere un equilibrio economico sostenibile.
Sevi: “Può diventare impresa per il territorio”
BIOBASED è stato concepito per portare conoscenze e tecnologie fuori dai laboratori. Le attività hanno coinvolto mitilicoltori, piccole e medie imprese, startup, organizzazioni di supporto alle aziende e autorità pubbliche, con l’obiettivo di verificare la sostenibilità tecnica, normativa ed economica delle applicazioni sviluppate.
“Noi formiamo ricercatori e produciamo conoscenza di interesse per tutti, ma in questo caso si tratta di una conoscenza che può tradursi in impresa”, ha spiegato Sevi. “La tecnologia è matura e può diventare un’opportunità per il territorio, perché ci troviamo in un contesto chiaramente vocato a questo genere di attività, considerando l’estensione delle nostre coste. L’utilità in prospettiva è notevole”.
“Si possono ottenere prodotti diversi: sostanze chimiche ad alto valore aggiunto, diagnostici per la medicina e prodotti importanti anche dal punto di vista nutrizionale”, ha aggiunto il direttore del DAFNE. “Non è un caso che la Regione abbia puntato sullo STAR* Facility Centre, uno dei cinque centri di ricerca regionali finanziati per un ulteriore potenziamento e per lo sviluppo delle attività”.
Nove tonnellate di carbonio sottratte al mare
La coltivazione delle macroalghe presenta anche un possibile beneficio ambientale. Durante la crescita, gli organismi assorbono il carbonio inorganico presente nell’acqua e lo incorporano nella biomassa.
Secondo le stime emerse dal progetto, un impianto composto da 16 long-line può sottrarre al mare circa 9 tonnellate di carbonio all’anno. La capacità di misurare questo processo potrebbe aprire, in futuro, l’accesso ai cosiddetti Blue Carbon Credits, già sperimentati in alcuni mercati internazionali.
Dopo BIOBASED parte la sfida di SEAWEAVE
Nel corso della conferenza di Napoli, i partner hanno firmato un nuovo protocollo d’intesa per proseguire la collaborazione oltre la conclusione di BIOBASED. L’accordo punta a mantenere attiva la rete transfrontaliera e a favorire nuove attività di ricerca, trasferimento tecnologico e sviluppo del mercato.
“Per il futuro del mondo, voi e la vostra ricerca siete fondamentali, cruciali e indispensabili”, ha affermato Curtotti, sottolineando la necessità di sostenere le filiere delle bioraffinerie blu e la cooperazione tra università, istituzioni, produttori e imprese.
La prorettrice ha quindi ringraziato Francavilla per “il grande impegno scientifico e la sua incomparabile energia”, estendendo il riconoscimento ai tecnici e ai giovani ricercatori della squadra.
Intanto è già in corso SEAWEAVE, nuovo progetto europeo dedicato alla produzione di tessuti funzionali ottenuti da alghe rosse e brune, al quale l’Università di Foggia partecipa all’interno di un partenariato internazionale.
Il lavoro di UniFg si inserisce in una strategia più ampia. Con l’Algae Declaration, gli Stati membri dell’Unione europea hanno riconosciuto le alghe come una risorsa strategica per le transizioni verde e blu. A sostenere lo sviluppo del settore è anche EU4Algae, il network promosso dalla Commissione europea che riunisce circa 1.200 soggetti tra produttori, ricercatori, imprese, investitori e autorità pubbliche.
La ricerca entra così in una fase decisiva: la tecnologia è stata sperimentata, gli impieghi sono stati individuati e la cooperazione europea continuerà. La prossima sfida sarà trasformare le macroalghe dell’Adriatico in una filiera capace di produrre innovazione, investimenti e nuove opportunità di lavoro anche lungo le coste del Gargano.
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