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Secondo gli Institutional Investor Indicators di State Street, agosto conferma uno scenario favorevole agli asset rischiosi. Tech sempre in testa, mentre prosegue la rotazione dal reddito fisso verso la liquidità
Azioni sempre ai massimi, meno bond e più cash. La guerra in Medio Oriente, la corsa del petrolio e del gas e i timori per inflazione e tassi pesano sulle allocazioni degli investitori istituzionali che, ad agosto, hanno ricalibrato attentamente i portafogli. Nonostante il rally dei mercati, infatti, gli ultimi Institutional Investor Indicators di State Street fotografano un quadro a due velocità: da un lato un’esposizione al rischio che resta vicina ai massimi degli ultimi 25 anni e dall’altro una prosecuzione della rotazione dal reddito fisso verso la liquidità.
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Appetito per il rischio ancora alto
Nel dettaglio, le allocazioni azionarie sono scese di circa 13 punti base nel corso di agosto, dopo il forte rialzo del mese prima, attestandosi al 57,4%. Quelle obbligazionarie si sono invece fermate al 24,9%, mentre la liquidità è salita al 17,6%. “La propensione al rischio degli investitori istituzionali ha recuperato terreno rispetto al dato più moderato di luglio: la domanda di asset rischiosi si conferma particolarmente resiliente, registrando il quinto dato positivo consecutivo”, spiega Dwyfor Evans, head of macro strategy for APAC di State Street Markets. Prova ne è che il peso dell’equity nei portafogli è calato solo marginalmente e resta appena sotto i massimi storici dell’ultimo quarto di secolo.
Addio bond
Il vero cambiamento riguarda quindi il passaggio di risorse dal reddito fisso alla liquidità. Sul sentiment pesano infatti i timori legati all’inflazione, alla politica fiscale e all’aumento dei premi a termine, che hanno portato il sovrappeso azionario rispetto all’obbligazionario a raggiungere 32,5 punti percentuali, ben oltre la media di lungo periodo del 20%. “Un dato piuttosto preoccupante: su livelli osservati l’ultima volta alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2008”, sottolinea Evans.
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Tech in testa, Emergenti sottopesati
A sostenere l’appeal dell’equity, si legge nel report, è stata in particolare la solidità della crescita degli utili, storicamente uno dei principali motori delle scelte degli istituzionali nei confronti di questa asset class. Tuttavia, al di là del dato aggregato, emergono marcate differenze settoriali e geografiche. Verso la fine del mese i flussi si sono infatti concentrati quasi esclusivamente sul comparto tecnologico, con vendite diffuse negli altri settori. Così mentre il sovrappeso sull’IT ha toccato picchi estremi, molti altri comparti rimangono sottopesati. Stesso discorso vale dal punto di vista geografico, con i flussi che si confermano soldi sia verso gli Usa che verso gli Emergenti. Tuttavia, per le economie in via di sviluppo la selettività è massima: gli istituzionali restano concentrati sui mercati asiatici a forte componente tecnologica, mentre il posizionamento complessivo sull’asset class risulta ancora nettamente sottopesato.
Banche centrali e politica fiscale pesano sui bond
“I rischi macroeconomici continuano a spiegare questa selettività e la rinnovata cautela nei confronti dell’obbligazionario”, chiarisce Evans. I timori legati al Medio Oriente hanno infatti provocato una nuova corsa dell’energia, preoccupando non poco degli investitori. “I prezzi del petrolio sono superiori del 20% rispetto ai livelli di inizio luglio e, di conseguenza, gli indicatori PriceStats di State Street segnalano nuove pressioni sull’inflazione complessiva”, prosegue l’esperto. Soprattutto sul fronte della Federal Reserve, poi, i dati solidi sul mercato del lavoro a stelle e strisce contribuiscono a sostenere le aspettative di un rialzo dei tassi. A tutto questo si aggiunge anche l’allarme sulla gestione della politica fiscale, che si riflette nell’aumento dei premi a termine e che ha spinto al rialzo i rendimenti, soprattutto sul tratto lungo della curva, penalizzando il sentiment verso la duration. Secondo Evans, l’aspetto più rilevante, in questa fase, è che l’aumento dei rendimenti non ha ancora avuto effetti negativi sulla domanda di azioni. Tuttavia, avverte, “la rotazione dall’obbligazionario verso la liquidità invita alla prudenza”.
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Dollaro ancora sotto pressione
Sul fronte valutario prosegue la vendita di dollari USA, nonostante il posizionamento già ribassista, in uno scenario che continua a favorire asset rischiosi, strategie di carry e valute dei mercati emergenti. In quest’ultimo segmento, le metriche di posizionamento si sono concentrate sulle valute con un carry nominale elevato o legate a dinamiche strutturali connesse alla tecnologia e alle esportazioni. Tra le valute del G10, invece, la domanda di yen si è indebolita nonostante il sottopeso estremo, mentre gli investitori guardano con interesse alle divise legate alle materie prime. Nel complesso quindi, secondo Evans, agosto conferma uno scenario favorevole agli asset rischiosi, sebbene caratterizzato da una serie articolata di dinamiche sottostanti. Gli investitori privilegiano titoli ciclici, mercati emergenti, strategie di carry e alcuni comparti legati all’intelligenza artificiale, a scapito dei settori difensivi e degli strumenti obbligazionari più sensibili alla duration. “Proprio la riduzione dell’esposizione alla duration continua a rappresentare un fattore alla base della debolezza più generale dei flussi obbligazionari”, conclude l’esperto.
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