Chief Sustainability Officers’ Outlook , il primo report globale


La sostenibilità sta cambiando linguaggio. Lungi da indebolirsi nelle strategie aziendali, entra sempre più nelle decisioni che riguardano costi, investimenti, innovazione e continuità operativa.

È uno dei segnali più interessanti che emerge dalla prima edizione del Chief Sustainability Officers’ Outlook del World Economic Forum, realizzata attraverso un sondaggio che ha coinvolto 103 Chief Sustainability Officer di grandi aziende internazionali.

Il quadro non è quello di una transizione lineare né, tantomeno, priva di ostacoli. Guerre, tensioni commerciali, instabilità geopolitica e pressioni sui bilanci rendono più difficile programmare investimenti di lungo periodo. Eppure, dalle risposte dei responsabili della sostenibilità emerge un dato significativo: l’agenda ambientale delle imprese sembra mostrare una capacità di tenuta maggiore di quanto il contesto internazionale potrebbe far pensare.

La sostenibilità resiste all’incertezza

Il 63% dei CSO intervistati ritiene che nei prossimi dodici mesi i progressi globali sulla sostenibilità resteranno stabili oppure accelereranno. Ancora più significativo è ciò che accade all’interno delle aziende: il 69% prevede che strategie e investimenti della propria organizzazione destinati alla sostenibilità rimarranno invariati o aumenteranno nello stesso periodo.

Non significa che le difficoltà siano marginali. Al contrario: il 78% indica la frammentazione geopolitica e l’instabilità legata alla sicurezza tra i fattori che possono rallentare maggiormente la transizione.

La fotografia che emerge è quindi meno semplice di una contrapposizione tra avanzamento e arretramento. Le imprese continuano a muoversi, ma lo fanno all’interno di uno scenario più frammentato, nel quale sostenibilità, sicurezza economica e competitività tendono sempre più a sovrapporsi.

Quando essere sostenibili conviene anche al business

Per anni una parte rilevante della sostenibilità aziendale è stata trainata dalla regolamentazione, dagli obiettivi climatici internazionali e dalla necessità di rendicontare gli impatti ambientali. Questi elementi restano importanti. Il 65% dei dirigenti di alto livello coinvolti nella ricerca considera infatti la sostenibilità innanzitutto come un tema di conformità normativa.

Ma accanto a tale conformità normativa sta crescendo un’altra motivazione: la capacità degli investimenti sostenibili di generare valore economico.

Alla domanda su quali fattori potranno accelerare maggiormente la transizione nei prossimi tre anni, il 64% dei CSO indica la solidità della convenienza economica, mentre il 56% cita la diminuzione del costo delle tecnologie pulite. Solo il 7% individua invece negli accordi internazionali il principale possibile motore di accelerazione.

Non significa che politiche pubbliche e cooperazione globale abbiano perso importanza. Piuttosto, suggerisce che per molte imprese la sostenibilità deve essere necessariamente concreta e tradursi in efficienza, riduzione dei rischi, innovazione e opportunità di mercato.

È un passaggio rilevante anche per evitare che l’agenda ambientale venga percepita soltanto come un costo: più le soluzioni a basse emissioni diventano competitive, più la transizione può entrare nelle normali decisioni industriali.

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Una transizione a velocità diverse: la divergenza verde

C’è però un’altra conseguenza di questo cambiamento: la transizione non procede allo stesso ritmo ovunque. Il report descrive come ‘divergenza verde‘ un panorama nel quale regioni, settori e mercati possono seguire traiettorie differenti, condizionate dalle politiche nazionali, dalla disponibilità di capitale, dalle infrastrutture e dalle capacità produttive locali.

In altre parole, non esiste un unico percorso verso la decarbonizzazione.

È in questo scenario che i mercati emergenti potrebbero assumere un peso crescente. Il 64% dei Chief Sustainability Officer intervistati si aspetta che queste economie abbiano un ruolo di guida sempre più importante nei prossimi anni.

Un dato interessante perché sposta almeno in parte il baricentro dell’innovazione sostenibile: tecnologie energetiche, nuove infrastrutture e modelli industriali potrebbero svilupparsi sempre più anche nei Paesi nei quali nei prossimi decenni si concentrerà una parte consistente della crescita economica e della domanda di energia.

L’intelligenza artificiale può aiutare la sostenibilità. Ma ha un costo

Tra le tecnologie destinate a incidere maggiormente sulle strategie aziendali compare inevitabilmente l’intelligenza artificiale. Il 73% dei manager intervistati considera IA e tecnologie digitali strumenti importanti per migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse, analizzare i rischi e rendere più efficace la raccolta e gestione dei dati ambientali.

Le applicazioni possibili sono molte: prevedere consumi energetici, ottimizzare processi industriali e trasporti, analizzare grandi quantità di dati climatici o individuare inefficienze lungo le catene di fornitura.

Ma il rapporto mette in evidenza anche il rovescio della medaglia. Per il 77% dei CSO, l’elevato consumo di energia e acqua delle infrastrutture digitali rappresenta il principale rischio ambientale associato alla diffusione dell’intelligenza artificiale.

È uno dei grandi paradossi della trasformazione digitale: una tecnologia potenzialmente utile per ridurre sprechi ed emissioni richiede, a sua volta, infrastrutture sempre più energivore.

E non è l’unico limite. Il 68% degli intervistati indica nella carenza di competenze adeguate tra i lavoratori uno dei principali ostacoli all’utilizzo dell’IA per gli obiettivi di sostenibilità. La tecnologia, insomma, da sola non basta, servono persone capaci di comprenderla, governarla e applicarla ai problemi reali.

Adattarsi al clima diventa una questione di continuità aziendale

C’è infine un tema che fino a pochi anni fa occupava uno spazio secondario nelle strategie climatiche delle imprese e che oggi sta rapidamente salendo nelle priorità: l’adattamento, cioè la capacità di prepararsi agli effetti del cambiamento climatico che sono già visibili.

L’85% dei Chief Sustainability Officer intervistati prevede che nei prossimi tre anni l’adattamento ai rischi climatici fisici diventerà una priorità globale.

Le aree considerate più esposte sono soprattutto la logistica e le attività operative. Ondate di calore, alluvioni, siccità o eventi meteorologici estremi possono infatti interrompere produzioni, danneggiare infrastrutture e mettere sotto pressione reti di approvvigionamento costruite spesso su scala globale.

Di conseguenza, investire nell’adattamento significa sempre più proteggere la continuità stessa del business. Il capitale privato avrà un ruolo importante: il 77% dei responsabili intervistati lo considera decisivo per finanziare infrastrutture e interventi di resilienza.

Resta però un ostacolo rilevante. Il 62% segnala l’incertezza delle analisi costi-benefici come principale barriera agli investimenti: quantificare oggi il ritorno economico di un’infrastruttura progettata per evitare un danno futuro rimane complesso.

Dalla promessa alla convenienza

Il messaggio più interessante che emerge dal Chief Sustainability Officers’ Outlook è probabilmente il riscontro del fatto che la strada della sostenibilità in azienda è arrivata a un punto di non ritorno, nonostante la transizione si muova dentro economie frammentate, tensioni geopolitiche, nuove esigenze energetiche e disponibilità di capitale non sempre sufficienti.

Se tecnologie pulite più economiche, riduzione dei rischi, efficienza e resilienza iniziano a rendere gli investimenti sostenibili anche industrialmente convenienti, la transizione può poggiare su basi più solide rispetto alla sola pressione reputazionale o normativa.

È una buona notizia, ma richiede attenzione. Perché trasformare la sostenibilità in una leva di competitività può significare ridurla a ciò che produce un ritorno economico immediato.

La sfida sarà quindi riuscire a tenere insieme entrambe le dimensioni: ciò che conviene alle imprese oggi e ciò che serve alla società e al pianeta nel lungo periodo.

Illustrazione di Karacis Studio su Unsplash


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