Mentre Big Law torna a occupare superfici da record negli Stati Uniti, l’avvocatura italiana rimane ancorata al modello dello studio individuale e alla prudenza sui costi fissi. Dall’incrocio tra il X Rapporto sull’Avvocatura Censis 2026 e i dati di mercato di Cushman & Wakefield emerge la fotografia di due professioni che, sul fronte immobiliare, viaggiano a velocità opposte.
USA, il grande ritorno negli uffici
Il mercato immobiliare legato alle law firm statunitensi vive una fase di forte espansione. Secondo i dati diffusi da Cushman & Wakefield e ripresi da Reuters, nel secondo trimestre (aprile-giugno) del 2026 il settore legale ha fatto segnare un record assoluto con 7,3 milioni di piedi quadrati locati, il 27% in più rispetto allo stesso time-lapse del 2025 e il 23% oltre il precedente massimo trimestrale, registrato nel quarto trimestre 2024.
Nel primo semestre dell’anno il volume globale ha toccato quasi 12,2 milioni di piedi quadrati, contro i 10,4 milioni del medesimo intervallo cronologico del 2025: una crescita del 17% su base annua, che corrisponde a 1,8 milioni di piedi quadrati aggiuntivi.
A trainare la corsa sono i grandi mercati storici della professione forense: i dieci principali hub legali statunitensi hanno pesato per il 69% della domanda trimestrale, con New York da sola responsabile del 30% dei volumi del secondo trimestre, seguita da Chicago e dall’area di Washington D.C. Nei dodici mesi esaminati, metà dei dieci maggiori contratti di locazione del comparto legale è stata firmata proprio nel secondo trimestre 2026; tra le operazioni più impattanti figura l’accordo di Simpson Thacher & Bartlett per circa 916mila piedi quadrati a Manhattan.
Il 43% dei contratti sottoscritti nel primo semestre ha riguardato ampliamenti di spazi già occupati, segno che le grandi firm non si limitano a rinnovare le sedi esistenti bensì scommettono su una crescita strutturale. Nei dieci mercati legali principali, gli studi legali hanno rappresentato il 14% dell’intera domanda di uffici nel trimestre.
Cosa spinge l’ampliamento degli spazi negli USA
Le determinanti di questa spinta sono riconducibili al ritorno in presenza richiesto ad associate e partner quale leva di cultura aziendale e mentoring, alla crescita dimensionale delle Big Law firm dopo una stagione di aggregazioni, come anche alla funzione degli uffici di rappresentanza come strumento di attrazione dei migliori talenti in un mercato del lavoro legale sempre più competitivo.
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Italia, l’autonomia prevale sulla sede strutturata
Il quadro restituito dal Rapporto sull’Avvocatura Censis 2026, basato su una survey condotta tra gennaio e febbraio su oltre 30mila avvocati, è speculare. Il modello prevalente resta lo studio monopersonale, che riguarda il 66,2% degli avvocati italiani; le forme organizzative più strutturate, come gli studi associati o le realtà con collaboratori, restano minoritarie e il processo di aggregazione della professione procede lentamente.
Sul piano della condivisione fisica degli spazi il quadro è più articolato di quanto una lettura superficiale suggerisca. Complessivamente il 67,9% degli avvocati condivide in tutto o in parte lo studio in cui lavora, ma solo il 24,2% lo fa partecipando effettivamente alle spese in qualità di affittuario o comproprietario pagante; il 22,8% è invece ospite o collaboratore non pagante presso lo studio di altri. Il dato è fortemente segnato dall’età: tra gli under 40 la condivisione sale al 77,6%, ma in questa fascia prevale nettamente la condizione di ospite non pagante (52,3%), mentre solo il 15,4% dei più giovani contribuisce realmente ai costi come affittuario.
Con l’avanzare della carriera la partecipazione economica cresce, fino al 26,3% tra i 41-50enni e al 27,6% tra i 51-64enni, insieme a un peso crescente delle posizioni di proprietà. Resta comunque significativa, e in aumento con l’età, la quota di chi non condivide affatto lo studio (31,8% sul totale, fino al 37,8% tra gli over 64), all’interno della quale prevale lo studio individuale non condiviso (23,2%), mentre il lavoro da casa in modalità prevalente si attesta intorno all’8,7%.
Su questa cautela immobiliare pesano anche le dinamiche reddituali: il reddito medio della professione resta segnato da un divario territoriale marcato, con il Nord Italia che supera del 36,6% la media nazionale e il Sud che si ferma 37,8 punti sotto, un contesto che scoraggia investimenti fissi importanti soprattutto per i professionisti più giovani e per chi opera nel Mezzogiorno.
Più flessibilità grazie alla digital transition nostrana
Sul fronte della digital transition, la quota di avvocati che utilizza strumenti di intelligenza artificiale si è elevata al 55,3% (dal 27,5% dell’anno precedente), e tra le nuove generazioni lo smart working non risulta più percepito quale concessione, bensì come un requisito minimo di accesso alla professione: elementi che accompagnano, senza determinarlo in modo diretto, un approccio maggiormente flessibile alla sede fisica.
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Avvocatura italiana (Censis) |
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Frammentazione e prudenza sui costi fissi |
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Prevalenza dello studio monopersonale (66,2%) |
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Partecipazione economica alla sede |
Solo il 24,2% concorre alle spese come affittuario/proprietario |
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Flessibilità, contenimento dei costi, divari reddituali territoriali |
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Rapporto con la tecnologia |
IA e smart working come leve di flessibilità dello spazio di lavoro |
Il confronto conferma un divario strutturale tra i due mondi legali. Il modello americano tratta la sede fisica come un asset strategico, funzionale a scalare il business e ad attrarre talenti in un mercato guidato dalle grandi firm.
La professione forense italiana, ancora frammentata in una maggioranza di studi individuali e attraversata da forti divari generazionali e territoriali di reddito, continua invece a privilegiare la flessibilità e il contenimento dei costi fissi, riducendo l’investimento immobiliare all’essenziale.
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