#Finsubito news – Ecco perché la pressione fiscale è aumentata al 43,5% del Pil


Nel 2026 la crescita del Pil annulla gli aumenti. Da imposte dirette 354,6 miliardi

L’Istat ha certificato che nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale in Italia è cresciuta al 43,5% dal 43% dello stesso periodo dell’anno precedente. Quindi le tasse aumentano? Si e no. Per dare una risposta a questa domanda, che poi è “la” domanda, occorre capire e analizzare i numeri che stanno dietro quel 43,5%, cioè, quali sono le componenti che lo determinano. Sì, perché “pressione fiscale” da solo non vuole dire molto, bisogna vedere, al suo interno che cosa è cresciuto e che cosa, eventualmente, è diminuito. Vediamo i numeri.

Come si calcola la pressione fiscale

Prima di tutto: la pressione fiscale è il risultato della variazione di queste voci:

  1. Imposte dirette: Irpef e relative addizionali, Ires, imposte sostitutive sui redditi di capitale.
  2. Imposte indirette: Iva, accise, Imu, Irap e simili.
  3. Imposte in conto capitale: prelievi una tantum come condoni o affrancamenti. Pesano poco, circa lo 0,3% del Pil nelle stime citate dall’Istat nella sua ultima audizione parlamentare, ma oscillano molto da un anno all’altro.
  4. Contributi sociali effettivi: quelli versati da datori di lavoro e lavoratori.
  5. Contributi sociali figurativi: le prestazioni sociali pagate direttamente dai datori di lavoro, registrate come se fossero contributi. Valgono 0,2-0,3 punti di Pil.

Attenzione innanzitutto ad un dettagli importante: queste 5 voci non sono le entrate totali dello Stato perché, ovviamente, non sono calcolate le vendita di beni e servizi da parte dello Stato. Sono esclude anche le imposte indirette pagate all’Unione europea e, soprattutto, essendo la pressione fiscale calcolata in rapporto al Pil, il Prodotto Interno Lordo, bisogna tener presente che il Pil calcolato dall’Istat comprende anche l’economia sommersa.

Nel 2026 quasi 1.000 miliardi di versamenti

L’andamento di queste 5 voci, più il totale in miliardi, è indicato nel grafico interattivo sopra che comprende anche il totale, in mioliardi, dell’incasso da parte dello Satto. La prima cosa che balza agli occhi è che nel 2026, stando alle previsioni che il governo ha inserito nel documento diprogrammazione economica, quest’anno si sfioreranno i mille miliardi. Ma prima vediamo che cosa ha fatto e farà aumentare questi incassi. Ancora una nota: nello stesso secondo trimestre 2026 il deficit delle amministrazioni pubbliche è sceso al 2% del Pil, dal 2,1% di un anno prima: significa che lo Stato incassa di più e chiude il trimestre con un disavanzo un po’ più piccolo.

La pressione fiscale dipende dalle scadenze tributarie

Prima di tutto: la pressione fiscale trimestrale dell’Istat è calcolata sui dati grezzi, cioè non corretti per la stagionalità. Le tasse però non si pagano in modo uniforme nell’arco dell’anno: a giugno scadono saldi e acconti di Irpef e Ires, a novembre i secondi acconti, a dicembre l’Imu. Il risultato è che i trimestri con le grandi scadenze hanno una pressione molto più alta degli altri. Quindi se la pressione fiscale del primo trimestre 2026, secondo l’Istat, è stata del 37,6%, sei punti sotto il secondo trimestre non vuol dire che il fisco sia diventato più pesante fra marzo e aprile 2026, significa che nei primi mesi dell’anno scadono meno tributi. L’unico confronto corretto per un dato trimestrale è con lo stesso trimestre dell’anno prima, ed è quello che fa l’Istat. Perciò: nel primo trimestre 2026 la pressione fiscale è cresciuta di 0,3 punti rispetto al 2025, nel secondo di 0,5 punti.

Il 2025: 971,65 miliardi di imposte e contributi

Comunque l’aumento c’è stato, ma che cosa lo ha determinato? Qui andiamo a spiegare il grafico interattivo: nel 2025 imposte e contributi hanno sommato 971,65 miliardi di euro, il 42,9% di un Pil di 2.265 miliardi. È il livello più alto dal 2015, quando la pressione fiscale era al 43,3%. Nel 2025 le imposte dirette hanno portato nelle casse dello Stato 345,95 miliardi, poco più di un terzo del totale (35,6%), le imposte indirette 316,79 miliardi (32,6%) e i contributi sociali 305,83 miliardi (31,5%). Le imposte in conto capitale, poco più di 3 miliardi, pesano lo 0,3% del prelievo.

pressione fiscale

Nel 2025 l’aumento della pressione fiscale (+0,7 punti sul 2024) è stato determinato soprattutto dai contributi sociali, cresciuti del 10% perché è finito l’esonero sulla quota a carico dei lavoratori dipendenti. Le imposte dirette, invece, sono salite dello 0,7%, con l’Irpef in calo e l’Ires e le imposte sostitutive in aumento. Quindi la pressione fiscale, nel 2025, è aumentata per i maggiori versamenti dei datori di lavoro, non dall’aumento delle tasse dirette.

Che cosa sono le imposte in conto capitale

Le imposte in conto capitale sono quelle che si pagano in modo saltuario e occasionale, non ogni anno, e che colpiscono il patrimonio o un suo trasferimento invece del reddito o dei consumi. Ecco da quali voci sono composte:

  • imposte di successione e donazione, che si pagano quando un patrimonio passa di mano;
  • condoni e sanatorie, cioè pagamenti una tantum per chiudere posizioni pregresse con il fisco;
  • prelievi straordinari sul patrimonio, come quello del 6 per mille sui conti correnti del 1992;
  • alcune imposte sostitutive una tantum, ad esempio quelle per rivalutare o affrancare beni e partecipazioni, quando la contabilità nazionale le considera eccezionali e non ricorrenti.

La pressione fiscale calerà nel 2026 grazie al Pil

Vediamo il 2026 tenendo presente che però il dato annuale verrà pubblicato dall’Istat a marzo 2027 e che a oggi l’unica stima ufficiale è il Documento programmatico di finanza pubblica di inizio ottobre 2026 scritto dal governo secondo il quale la pressione fiscale sarà del 43%, lo 0,1% in più rispetto all’anno precedente. Che cosa aumenterà? In assenza di previsioni Istat occorre partire dai valori Istat del 2025 per ciascuna voce; e applicare a ciascuna di esse la crescita prevista dal governo per il 2026 che sono: +2,5% alle imposte dirette, +3,2% le indirette e +3,3% i contributi sociali. In miliardi le imposte dirette passerebbero da 345,95 a circa 354,6 miliardi, le indirette da 316,79 a circa 326,9, i contributi da 305,83 a circa 315,9.

L’ultimo documento programmatico non indica, però, l’andamento delle imposte in conto capitale e quindi bisogna rifarsi al documento programmatico precedente, quello di aprile, circa 2 miliardi. Sommando le quattro voci il prelievo del 2026 arriva così a circa 999,4 miliardi, 27,8 miliardi in più del 2025, con un aumento del 2,9%.

Perché bisogna crescere almeno dello 0,6%

A questo punto manca il denominatore, il Pil del 2026. Se il prelievo vale circa 999,4 miliardi e la pressione fiscale prevista dal governo è il 43%, il Pil nominale del 2026 deve essere di circa 2.324 miliardi: il 2,6% in più del 2025. E’ credibile che il Pil nominale cresca del 2,6%. In effetti sì, perché il Pil 2026 si avvia a segnare una crescita dell’1% (nella migliore delle ipotesi) e perché i prezzi salgono. Con una crescita reale intorno allo 0,6% (nella peggiore delle ipotesi) e prezzi in aumento di circa il 2%, il Pil nominale cresce proprio di due punti e mezzo abbondanti.

Pressione fiscale nel 2026: questione di decimali

Il risultato più interessante è che la composizione del prelievo quasi non cambia. Nel 2026 le imposte dirette valgono il 35,5% del totale (contro il 35,6% del 2025), le indirette il 32,7% (32,6%) e i contributi sociali il 31,6% (31,5%). Le tre voci principali crescono più o meno allo stesso ritmo del Pil nominale. Tradotto in punti di Pil, nel 2026 le imposte dirette pesano circa 15,3 punti, le indirette circa 14,1 e i contributi sociali circa 13,6. Rispetto al 2025 si muovono di un decimo le indirette e di un decimo i contributi: è da qui che nasce il decimo di punto in più della pressione fiscale complessiva. La pressione fiscale del 2026 sale di poco perché tutto cresce un po’, non perché una singola voce esplode.

I dati si riferiscono al: 2025-2026

Fonte: Istat, Governo

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