#Finsubito news – Sulle tasse uno slalom in manovra


È il problema che si ripresenta di anno in anno in autunno, a maggior ragione questa volta con il debito pubblico che continua a crescere e con la procedura d’infrazione per deficit eccessivo dalla quale l’Italia non è ancora uscita. Si tratta di reperire le risorse a sostegno delle misure che il governo intende introdurre nella legge di bilancio. Sono le coperture finanziarie, senza le quali non si può procedere, e che vanno trovate, per agire particolarmente sul fisco, che è il capitolo cui Giorgia Meloni e gli alleati non intendono rinunciare, sia pure in un quadro finanziario molto difficile: a complicarlo, è arrivato anche lo spread che, a partire dal 29 settembre, ha superato i 100 punti salendo, nei giorni successivi, rapidamente a 110. Si è bruscamente interrotta la discesa che era iniziata alla fine del 2022.

 

In un contesto problematico, anche e soprattutto per le conseguenze della crisi del Golfo, il programma che riguarda le tasse, nelle intenzioni del governo, va salvato, come emerge da via XX Settembre. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo – padre della riforma fiscale varata dal governo Meloni e di cui ha seguito l’attuazione fino all’ultimo decreto – annuncia a L’Espresso: «La prossima manovra dovrà proseguire nel percorso di riduzione della pressione fiscale, con particolare attenzione all’Irpef per il ceto medio, sempre nel rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici. Vogliamo dare un sostegno concreto alle famiglie e a chi lavora, ma le coperture dovranno essere solide».

 

Il progetto è quello di «estendere l’aliquota Irpef del 33% ai redditi fino a 60 mila euro, ampliando la platea già interessata dal taglio», aggiunge la sottosegretaria al Mef, Lucia Albano (Fratelli d’Italia). Dall’intervento sull’Irpef, si calcola che per i contribuenti il vantaggio, a seconda del reddito, potrebbe arrivare fino a 1.000 euro lordi l’anno. Ma per la realizzazione, vanno reperiti, all’interno della prossima manovra, quasi 3 miliardi, che peraltro dovrebbero eventualmente coprire anche possibili misure aggiuntive cui si sta pensando, come la start tax per i lavoratori più giovani, sotto i 35 anni, «una tassazione agevolata degli incrementi salariali», spiega Albano, riferendosi all’idea di introdurre un’imposta sostitutiva del 5% sugli aumenti retributivi rispetto all’anno precedente, per irrobustire la busta paga. In aggiunta, non si escludono incentivi per le imprese che concedano gli aumenti ai dipendenti. Quanto alle assunzioni dei giovani, sarebbero anche prorogati gli sgravi contributivi. E spunta, almeno nei desiderata della maggioranza, una sorta di piano affitti, per aiutare soprattutto gli studenti nelle grandi città. Da vedere se tutti questi interventi saranno compatibili.

 

Il problema delle coperture specifiche, invece, non si pone per l’energia, grazie allo scostamento di bilancio deciso dal governo, d’accordo con Bruxelles. In questo settore e per la difesa, la Commissione ha consentito che sia attivata la «clausola di salvaguardia». Il governo ha scelto di utilizzare 28 miliardi nel biennio: 14 più 14, per i riflessi della situazione geopolitica sui prezzi, sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla difesa, come spiega il Documento programmatico di finanza pubblica.

 

Di conseguenza, un capitolo sarà dedicato all’efficientamento energetico degli edifici. «Stiamo valutando – sottolinea Leo – la possibilità di incrementare le detrazioni dell’ecobonus, per favorire interventi che consentano di ridurre i consumi, sostenendo anche l’attività delle imprese del settore». Il coinvolgimento dei partiti? Sia sul fisco sia sull’energia, «lavoriamo in pieno accordo con le forze di maggioranza», precisa il viceministro che appartiene a Fratelli d’Italia. «Ogni misura – avverte Leo – sarà definita come sempre in modo condiviso, tenendo insieme le diverse anime della coalizione». Il numero due del ministero dell’Economia spiega, infine, che «in questo percorso, un contributo fondamentale arriva anche grazie al prezioso lavoro dell’Agenzia delle Entrate». Nel triennio 2023–2025 «sono stati recuperati oltre 100 miliardi di euro, di cui 36,2 nel solo 2025». Risultati «che contribuiscono a rafforzare i conti pubblici e a creare le condizioni per alleggerire ulteriormente il carico fiscale su famiglie e imprese».

 

Ma non sarà una legge di bilancio espansiva, così come non lo sono state quelle varate negli ultimi quattro anni dal governo Meloni, alle prese con la necessità di far quadrare i conti: esigenza, quest’ultima, cui il ministro Giorgetti richiama i partiti anche per il presente invitando alla «prudenza». Non a caso, il Dpfp, per una inversione di tendenza che renda più generose le leggi di Bilancio, rinvia al 2028 e al 2029, dopo le elezioni politiche del prossimo anno, perché, principalmente, il debito pubblico resterà in salita anche nel 2027 arrivando al 138,5%. Ad aumentare la spesa pubblica in termini nominali, inoltre, ci si mette l’inflazione al 4,2%. Il punto è che il tasso «programmato all’epoca da parte della Commissione evidentemente era molto inferiore rispetto a quello che si è verificato», ha spiegato il ministro dell’Economia, a proposito della richiesta di maggiore flessibilità da parte dell’Italia.

 

È una partita, quella aperta dalla lettera della presidente del Consiglio a Ursula Von der Leyen, che incide sulle scelte che il governo farà per questa manovra e per le scelte dei prossimi mesi, poiché la spesa pubblica dovrebbe essere valutata dalla Commissione al netto dell’inflazione, con una differenza non da poco (si parla di alcuni miliardi). Resta comunque chiaro che, almeno fino alla prossima primavera, quindi superando la legge in preparazione, il nostro Paese resterà all’interno della procedura d’infrazione per lo sforamento del 3%.

 

Nella consapevolezza di percorrere un sentiero molto stretto, Palazzo Chigi e Via XX Settembre non hanno certo a disposizione uno strumento “elettorale”; Meloni, in particolare, è consapevole – più dei suoi alleati, Lega e Forza Italia, che scalpitano – di non poter utilizzare, oltre una misura minima, l’ultima manovra a disposizione prima delle elezioni, ai fini di allargare il consenso nel Paese, a parte quanto potrà ricavare dallo scostamento di bilancio, dalle complicate coperture finanziarie, nonché dalla maggiore flessibilità, se arriverà. L’ultimo governo “politico” (cioè non guidato da un tecnico) che riuscì ancora a largheggiare con una manovra di fine legislatura è stato quello guidato da Paolo Gentiloni. Nell’autunno 2017, cioè in una fase ormai lontanissima e addirittura precedente la pandemia, il premier di centro-sinistra consegnò al Parlamento un provvedimento così sintetizzato dal Mef, all’epoca nelle mani di Pier Carlo Padoan: «Stop all’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno attraverso la sterilizzazione delle cosiddette clausole di salvaguardia; politiche fiscali per incentivare investimenti di imprese e famiglie, lotta alla povertà, agevolazioni per l’occupazione con particolare attenzione al Sud». Niente riduzione delle tasse, ma c’erano il “reddito di inclusione” e il bonus degli 80 euro. Non bastò al Pd per vincere le elezioni.


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