Maricarmen Abascal è morta il 7 ottobre all’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Era ricoverata dal 23 settembre, il giorno in cui la polizia aveva eseguito lo sfratto dall’appartamento del quartiere Retiro dove viveva da quasi settant’anni. Aveva 87 anni e camminava a fatica. Il contratto d’affitto l’aveva firmato suo padre nel 1956, e dopo la morte della madre, nel 2005, in quella casa era rimasta lei, che viveva sola.
Nel 2018 la famiglia proprietaria ha venduto l’intero stabile a Renta Corporación, uno dei grandi gruppi immobiliari spagnoli. Le hanno offerto di comprare l’appartamento a circa 250mila euro, una cifra che non aveva. Poi l’immobile è passato alla società d’investimento Urbagestión, che secondo le ricostruzioni della stampa spagnola le ha chiesto un canone di 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare. Sono seguiti quattro tentativi di sfratto, i primi bloccati dai vicini e dagli attivisti del Sindicato de Inquilinas. A giugno il Comitato Onu sui diritti economici, sociali e culturali aveva chiesto alla Spagna di sospendere l’esecuzione. Il 29 settembre, quando lei era già in ospedale, è arrivato l’accordo che le avrebbe permesso di tornare a casa. «Una situazione assolutamente evitabile, dopo un processo torturante», ha scritto il sindacato nel comunicato che ne annunciava la morte.
In queste settimane il suo nome è diventato quello di un movimento: la marcia Ni una Maricarmen más, gli accampamenti nelle piazze, la convocazione di uno sciopero generale. Lo ha preso anche, informalmente, il decreto con cui il governo Sánchez voleva bloccare gli sfratti fino al 2030. Il Congresso lo ha bocciato con i voti di Pp, Vox e Junts, e quella sconfitta ha portato il premier a convocare elezioni anticipate per il 29 novembre.
Non un’anomalia, ma un sistema
Quella di Maricarmen Abascal non è la storia di un sistema che si inceppa, ma di un sistema che funziona per come è stato costruito. La casa ha smesso di essere considerata anzitutto il luogo in cui si vive ed è diventata un asset, una fonte di rendita da mettere a valore. Nello stesso appartamento convivevano due prospettive che a un certo punto non potevano più stare insieme: per lei quella casa era una vita intera, per chi l’aveva acquistata era un rendimento atteso. E quando sono entrati in collisione, l’ordinamento legale non ha avuto dubbi su quale delle prospettive doveva prevalere.
Il prezzo di questo meccanismo però non si distribuisce in modo uniforme. Lo pagano per primi i più fragili: gli anziani con pensioni che non tengono il passo dei canoni, le famiglie monoreddito, i giovani che lavorano nelle città ma non possono permettersi di abitarle. Maricarmen Abascal era tutte queste fragilità insieme, e per questo la sua vicenda ha la forza di un’incarnazione.
La stessa storia: a Torino, Roma, Napoli, Milano
Non serve andare a Madrid per riconoscerla. Nel numero di VITA di febbraio, “Sempre più ricchi e sempre più poveri?”, Daria Capitani raccontava la storia di una signora che vive a Porta Palazzo, a Torino, con una pensione dignitosa. All’improvviso si è vista aumentare l’affitto da 600 a 900 euro: «Vorrebbe restare a casa sua ma non può più permettersela. Diventerà una residenza per studenti o turisti alto spendenti», spiegava Alice Eugenia Graziano di Arci Torino. Torino, che i giornali locali chiamano «la capitale degli sfratti», ne ha contati 1.345 nel 2024. In Lazio scriveva Chiara Ludovisi, gli sfratti sono passati da circa 4.500 nel 2023 a oltre 6mila nel 2024, mentre nel quartiere romano del Pigneto il costo di una camera è salito da 300 a 850 euro.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
A Milano, scrive nel numero Francesco Crippa, tra il dicembre 2017 e il dicembre 2025 il prezzo medio di vendita al metro quadro è cresciuto del 50,6% e quello degli affitti del 33,1%. Nelle periferie, invece, i redditi sono rimasti fermi o sono scesi: a Trenno gli affitti al metro quadro sono aumentati del 17% mentre i redditi si sono contratti del 10%. A Napoli il giornalista Ciro Pellegrino sintetizzava così il processo: «levi alla casa la sua funzione primaria e la trasformi in un luogo per turisti».
Il Paese delle rendite
Dietro queste storie c’è un’architettura precisa, che abbiamo provato a scomporre nel Focus Book “Nel Paese delle rendite. Così la finanza si mangia lavoro e imprese” . Come vi spiega l’economista Leonzio Rizzo, in Italia il reddito da lavoro paga un’imposta progressiva che arriva al 43%, mentre gli affitti sono tassati con una cedolare fissa del 21%. In poco più di trent’anni la quota del valore aggiunto nazionale riconducibile ai redditi immobiliari è salita dal 5% al 13%, a scapito sia dei profitti sia dei salari. Tra il 2008 e il 2019 il reddito imponibile da affitti è cresciuto del 26%, quello da lavoro dipendente del 14%. «Le diseguaglianze si stanno aprendo tra chi possiede una casa e chi no», scrive Rizzo, e tra chi la possiede nelle città dove i valori corrono e chi altrove.


Un lavoro a più mani rimette al centro la questione fiscale. La domanda è: conta più il lavoro o le rendite da capitali, immobiliari, digitali, familiari e di genere?
NEL PAESE DELLE RENDITE
Lo storico dell’economia Giacomo Gabbuti osserva che il rapporto tra ricchezza complessiva e reddito nazionale è passato da 2, ai tempi del miracolo economico, a una forbice tra 7 e 8. È la fotografia di un Paese in cui conta sempre più ciò che si eredita e sempre meno ciò che si guadagna lavorando. Fino al punto, dice Gabbuti, che «anche solo per fare l’insegnante serve ereditare una casa perché lo stipendio non basta per vivere». Salvatore Morelli aggiunge un tassello decisivo: la tassazione degli immobili si basa su valori catastali inferiori a quelli di mercato, e lo scarto è più forte proprio per le abitazioni di pregio e nelle zone più ricche, con effetti regressivi. Questo filo lo seguiamo anche nel podcast “La forbice. Come ricucire l’Italia disuguale”, tre puntate riservate ad abbonate e abbonati, perché le disuguaglianze non sono un fenomeno naturale. Come ricorda Morelli, sono «il risultato di scelte politiche, economiche e sociali».
La casa come bene comune
Se la casa è stata trasformata in rendita da una serie di scelte, può essere restituita alla sua funzione da scelte diverse. Elinor Ostrom, la prima donna a vincere il Nobel per l’economia, nel 2009, ha passato la vita a dimostrare che tra lo Stato e il mercato esiste una terza via: comunità capaci di governare risorse condivise con regole proprie, senza che queste finiscano esaurite o accaparrate. Una casa non è un pascolo né un banco di pesca, le risorse da cui Ostrom era partita, ma la sua lezione arriva più lontano. Con Edella Schlager ha mostrato che la proprietà non è un blocco unico. È un fascio di diritti distinti: accedere a un bene, usarlo, gestirlo, escluderne altri, venderlo. Per quasi settant’anni Maricarmen Abascal ha esercitato i primi due. Chi aveva comprato lo stabile deteneva gli ultimi due, e sono stati questi a prevalere su tutto il resto.
Pensare la casa come bene comune significa ricomporre quel fascio di diritti in modo che il diritto di abitare non sia più il più debole. Le forme esistono già, e molte appartengono alla storia dell’economia sociale: le cooperative di abitazione a proprietà indivisa, i community land trust, gli enti del Terzo settore che sottraggono patrimonio abitativo alla speculazione, i soggetti che a Torino si stanno immaginando per garantire i proprietari che affittano a famiglie fragili. Accanto a queste servono scelte fiscali coerenti, come quelle proposte nel Focus Book: un’Imu calcolata sui valori di mercato e non su rendite catastali ferme da decenni, un’addizionale comunale sulla cedolare secca da usare per sostenere chi non riesce più a pagare l’affitto, un catasto finalmente aggiornato. Non si tratta di essere contro la proprietà, ma di decidere quale funzione della casa debba venire prima.
Pochi giorni prima di morire, Maricarmen Abascal aveva ringraziato chi le era stato accanto: «Non sono riuscita a difendere la mia casa, ma ho lottato perché gli altri imparino a lottare per la loro».
Nella foto La Presse: Madrid – veglia a Puerta del Sol dopo la scomparsa di Maria del Carmen Abascal, simbolo della lotta contro gli sfratti
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