rimborsi fino all’80% per case e condomìni


Lo Stato rimborsa la ricarica domestica per le auto elettriche, ma l’accesso ai fondi richiede regole stringenti e documenti precisi per non perdere il contributo a fondo perduto.

Il governo vara un sostegno economico per favorire la mobilità sostenibile tra le mura domestiche. Il bonus colonninecopre l’80% delle spese per l’acquisto e la posa in opera delle infrastrutture destinate alla ricarica dei veicoli elettrici. La misura stanzia 68 milioni di euro fino al 2030 attraverso le risorse del ministero delle Imprese e del Made in Italy. La gestione operativa compete alla piattaforma telematica di Invitalia, attiva dalle ore 12 di martedì 22 settembre.

La normativa fissa un principio generale chiaro a tutela della spesa pubblica: il rimborso non spetta a fronte di un acquisto generico, ma soltanto a chi realizza un impianto a regola d’arte su spazi privati non aperti a terzi. La legge stabilisce tetti massimi differenziati tra singoli proprietari ed edifici plurifamiliari. Chi intende dotarsi di questi sistemi deve rispettare requisiti tecnici precisi e conservare prove documentali complete.

A quanto ammonta il contributo e chi può richiederlo?

La transizione verso i motori a batteria impone spese vive consistenti per la ricarica privata, spesso onerose per le singole famiglie o per la collettività condominiale. Il legislatore interviene per colmare questo divario economico attraverso una sovvenzione diretta parametrata all’esborso reale.

I beneficiari della misura si dividono in due categorie ben distinte: le persone fisiche e i condomìni. Per i singoli proprietari o possessori dell’immobile, il tetto massimo del rimborso raggiunge i 1.500 euro. Per le strutture condominiali, invece, l’importo massimo sale fino a 8.000 euro. In entrambe le situazioni, l’aiuto copre l’80% della spesa sostenuta per la fornitura e la relativa installazione.

Le risorse finanziarie non sono illimitate. Il fondo globale mette a disposizione 68 milioni di euro distribuiti fino al 2030, come sancito dal decreto direttoriale. L’obiettivo istituzionale punta pure a valorizzare la produzione interna: oltre la metà degli apparati di nuova generazione presenti nel nostro Paese, pari al 54% delle infrastrutture, proviene infatti dalla filiera industriale italiana.

Ogni soggetto può inoltrare una sola richiesta di contributo. La normativa ammette una seconda trasmissione della domanda unicamente se la prima istanza riceve una formale declaratoria di improcedibilità da parte dell’ente gestore.

Quali requisiti tecnici devono avere le colonnine?

Non basta comprare un apparato qualsiasi per accedere al rimborso statale. L’ordinamento impone che i dispositivi rispondano a rigidi standard di fabbricazione e a una destinazione d’uso ben definita, per evitare abusi o finanziamenti a pioggia su beni obsoleti.

I sistemi scelti devono essere obbligatoriamente nuovi di fabbrica. Non rientrano nel perimetro dell’agevolazione i beni usati, i pezzi ricondizionati o le compravendite tra privati. La collocazione fisica costituisce un vincolo altrettanto rigido: le stazioni di ricarica devono sorgere su spazi che rientrano nella piena disponibilità del beneficiario.

La fruibilità del punto di ricarica decide la spettanza del diritto. Per i singoli cittadini, l’infrastruttura serve a un uso esclusivamente privato. Nei palazzi e nei complessi residenziali, il dispositivo assolve a un utilizzo collettivo dei condòmini.

La legge pone un limite invalicabile a questa agevolazione: in nessuna delle due ipotesi le colonnine possono risultare accessibili al pubblico. Qualsiasi apertura a utenti esterni o a clienti commerciali cancella la natura domestica dell’opera e fa decadere il beneficio.

Quali spese sono rimborsabili e quali restano escluse?

La realizzazione di una stazione di ricarica domestica comporta diversi costi accessori oltre alla pura fornitura del macchinario. Il richiedente deve quindi conoscere con esattezza quali voci contabili possono confluire nell’agevolazione e quali restano a suo esclusivo carico.

Il perimetro dei costi ammessi include le prestazioni tecniche collegate all’intervento principale. Rientrano nel conteggio:

  • le spese per la realizzazione degli impianti elettrici necessari all’alimentazione;

  • le opere edili strettamente necessarie alla posa del manufatto;

  • le parcelle professionali per la progettazione e per la direzione lavori;

  • le attività tecniche di collaudo dell’impianto completato;

  • gli oneri per l’attivazione di un nuovo punto di prelievo, il cosiddetto Pod, per la connessione alla rete elettrica.

Al contrario, il testo ministeriale individua un confine netto sulle voci non coperte dal contributo. Restano del tutto escluse dal conteggio le imposte e tasse di ogni tipo. Non si possono inserire le consulenze non previste dal decreto, le spese ordinarie sostenute su terreni e immobili, né gli importi dovuti per ottenere le autorizzazioni edilizie.

La disciplina temporale segue scadenze inderogabili. Le spese ammissibili decorrono dal 26 giugno. L’annualità di riferimento per l’assegnazione del contributo non deriva dalla data della prima fattura, ma coincide con il giorno in cui si conclude il completamento dell’installazione.

Come si presenta la domanda e quali documenti servono?

La procedura burocratica esige una digitalizzazione integrale per scongiurare errori formali e accelerare i tempi dell’istruttoria. La richiesta si trasmette per via informatica tramite i canali ufficiali predisposti dall’ente attuatore.

Il cittadino o il rappresentante del palazzo accede al portale di Invitalia con uno strumento di identificazione personale a scelta tra Spid, Cie oppure Cns. La domanda richiede un fascicolo probatorio dettagliato:

  • la copia di un valido documento d’identità del richiedente;

  • le fatture elettroniche corrispondenti a tutti i costi dichiarati;

  • gli estratti conto bancari che comprovano l’esecuzione di pagamenti tracciabili;

  • la dichiarazione di conformità rilasciata dall’installatore dell’impianto;

  • una casella di posta elettronica certificata (Pec) attiva per l’intero arco del procedimento amministrativo.

La gestione delle parti comuni negli edifici plurifamiliari impone cautele ulteriori sul piano civilistico. L’istanza deve contenere la delibera assembleare che dà il via libera ai lavori. A questo atto deve unirsi la specifica dichiarazione dell’amministratore di condominio che attesta la mancata impugnazione della delibera entro i termini stabiliti dalla legge.

Come avvengono la graduatoria, i pagamenti e i controlli?

L’assegnazione dei fondi pubblici adotta un criterio cronologico a garanzia dell’ordine delle domande. La velocità e la precisione nel caricamento della pratica determinano l’effettivo incasso del contributo spettante.

L’istruttoria delle istanze segue l’ordine cronologico di arrivo. Qualora le risorse disponibili si esauriscano prima di soddisfare tutte le richieste, le liquidazioni si bloccano. L’esame delle domande in sospeso riparte solo alla riapertura dello sportello nell’annualità successiva.

Chi ottiene parere favorevole all’esito dei controlli preliminari riceve l’importo in un’unica soluzione, sancito dall’emanazione del relativo decreto di concessione. Il bonifico sul conto corrente conclude l’iter ordinario di pagamento.

L’amministrazione conserva poteri di controllo anche a distanza di tempo. Invitalia esegue accertamenti d’ufficio per verificare la totale veridicità delle dichiarazioni fornite dai beneficiari. Di fronte ad anomalie, vizi documentali o dichiarazioni infedeli, il ministero dispone la revoca totale o parziale del beneficio, con il conseguente ordine di immediata restituzione delle somme già incassate.




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