Cacao e oro, due materie prime, due modelli di business intrecciati


In Ghana un agricoltore di cacao aspetta in media quattro anni prima di vedere il primo raccolto vero. Un minatore illegale d’oro, sulla stessa terra, incassa in poche settimane. Messa così, la partita tra le due materie prime che oggi si contendono i terreni del Paese si spiega quasi da sola — ma dietro quel divario di tempi c’è una scelta normativa precisa, presa a Bruxelles, che regola una filiera e lascia l’altra fuori controllo. È in questo scarto che si gioca oggi una delle sfide più interessanti — e meno raccontate — dell’innovazione normativa e finanziaria legata al clima.

Il caso ghanese non è solo una storia ambientale. È un caso di studio su come le regole disegnate a Bruxelles possano produrre effetti collaterali imprevisti su mercati e imprese di un Paese produttore, spingendo capitale e lavoro verso il settore meno regolato — quello dell’oro — mentre il settore più regolato — il cacao — viene sottoposto a costi di compliance crescenti.

Un regolamento, due materie prime, due destini

L’EU Deforestation Regulation (EUDR), entrato in vigore nel 2023, impone alle aziende che vendono nel mercato europeo cacao, caffè, soia, gomma, legno, olio di palma e bovini di dimostrare che i prodotti non siano collegati alla deforestazione, con tanto di dati di geolocalizzazione dei terreni agricoli. L’oro non è incluso. Il dottor Kojo Ahiakpa, esperto di agroalimentare intervistato per questa inchiesta, sintetizza così lo squilibrio: «Il cacao viene monitorato per il rischio di deforestazione. L’oro, che sta contribuendo in modo significativo alla stessa deforestazione, non è sottoposto agli stessi controlli».

Il paradosso, dal punto di vista di chi fa impresa, è evidente: il Ghana è oggi il secondo produttore mondiale di cacao, ma l’oro ha già superato il cacao come prima voce di esportazione del Paese. Eppure è il cacao, non l’oro, a dover sostenere gli investimenti in tracciabilità digitale, formazione delle cooperative e sistemi di georeferenziazione richiesti da Bruxelles. Il Cocoa Traceability System sviluppato dal COCOBOD, l’ente statale che gestisce il settore, utilizza squadre sul campo dotate di smartphone GPS per mappare ogni singola azienda agricola. Un investimento infrastrutturale imponente, che la stessa Carla D. Martin, dell’Institute for Cacao and Chocolate Research di Harvard, guarda con cauto ottimismo: «Vedo alcuni benefici nel fatto che ora le persone parlino apertamente della deforestazione», ma aggiunge subito una nota critica sulla tenuta del sistema: «Sto già sentendo che esistono modi per aggirarlo. Si possono vendere falsi punti di geolocalizzazione».

Chi paga il costo dell’innovazione normativa

Per le piccole imprese agricole il costo di adeguamento non è astratto. Martha Rainer Opoku Mensah, che lavora nello sviluppo del settore cacao ghanese, osserva come l’onere ricada in modo diseguale: «Le donne affrontano barriere maggiori. Molte coltivano insieme ai propri mariti, ma la terra è registrata a nome del marito. Senza la proprietà della terra, non dispongono delle garanzie necessarie per ottenere credito». È un dettaglio che dovrebbe interessare chiunque si occupi di finanza inclusiva e di accesso al credito nei mercati emergenti: una regolamentazione pensata per tutelare le foreste rischia di escludere proprio i produttori più vulnerabili dal mercato che dovrebbe proteggerli.

Nel frattempo, l’oro viaggia lungo una filiera dove la tracciabilità si ferma bruscamente a un punto preciso: la fusione. Christoph Wiedmer, che studia le catene di fornitura dell’oro dal 2012 come ex presidente della Society for Threatened Peoples (oggi Voices), lo spiega senza mezzi termini: «Quando l’oro viene raffinato non puoi più guardare alla fonte di origine». Un limite tecnico che diventa anche un limite di modello di business: la Svizzera, secondo Wiedmer, gestisce circa due terzi del mercato mondiale dell’oro, ma «non c’è nessun corpo controllante per il mercato dell’oro». L’unico riferimento è la London Bullion Market Association (LBMA), un’iniziativa di autoregolamentazione industriale — «un progetto realizzato dai banchi e dai rifinitori», la definisce Wiedmer — che stabilisce standard senza avere la forza di una legislazione internazionale vincolante.

Il caso Dubai e il paradosso dell’”oro riciclato”

Qui entra in gioco un elemento che dovrebbe far riflettere chi progetta strategie di compliance transfrontaliera: la categoria dell’”oro riciclato”. Hannah Mowat, coordinatrice delle campagne per l’ONG belga Fern, spiega il meccanismo: l’oro grezzo passa attraverso gli Emirati Arabi Uniti, viene “riciclato” — ovvero rifuso e ricertificato — e da lì rientra sui mercati europei come prodotto di origine emiratina. «È molto facile per Svizzera ed Emirati Arabi Uniti dire che l’oro è riciclato e proviene dagli UAE», osserva Mowat, aggiungendo che questa categorizzazione «molto ampia» diventa una scappatoia sistemica. La legge svizzera, del resto, considera come Paese d’origine quello dell’ultima lavorazione: un dettaglio giuridico che, di fatto, cancella la tracciabilità a monte.

Mowat individua anche una ragione più profonda per cui l’oro sfugge alla pressione regolatoria che invece colpisce il cacao: la natura stessa dell’asset. «L’oro è principalmente un investimento», dice, «c’è molta meno pressione da parte dei cittadini su questo aspetto». Il cacao ha consumatori finali sensibili al packaging etico e alla narrazione di sostenibilità; l’oro ha investitori istituzionali e risparmiatori che comprano un bene rifugio, spesso senza alcuna informazione sulla sua provenienza mineraria.

Cosa può fare davvero l’innovazione

Non tutto è immobilismo. In Svizzera esiste oggi una piattaforma di trasparenza dei metalli preziosi sviluppata dall’azienda tecnologica aXedras per conto dell’Associazione Svizzera dei Metalli Preziosi (ASMP), operativa dal 2023. È un tentativo interessante di applicare logiche di tracciabilità digitale — le stesse su cui si basano molte startup ESG occidentali — a un settore storicamente opaco. Ma lo stesso Wiedmer la giudica un progresso parziale: un sistema “di filiera e non indipendente”, che ha reso più pulito il mercato svizzero senza risolvere il problema a monte, semplicemente spostandolo altrove. «I rifinitori svizzeri non importano più oro dall’area amazzonica», nota, «ma ora l’oro è venduto a Dubai o direttamente in India».

Più promettente, sul piano tecnologico, è il lavoro di alcune università svizzere su sistemi di analisi geoforensica dei minerali, capaci di identificare l’origine geologica dell’oro fino al momento della fusione. È esattamente il tipo di innovazione — hard tech applicata alla compliance — che potrebbe colmare il divario tra le ambizioni normative europee e la realtà operativa delle filiere estrattive, se accompagnata da investimenti pubblici e obblighi legali, non solo da iniziative volontarie di settore.

La domanda che l’Europa non si è ancora posta

Il nodo, alla fine, è politico ed economico insieme. Includere i minerali — oro in testa — in regolamenti come l’EUDR significherebbe imporre agli attori finanziari globali gli stessi costi di tracciabilità già scaricati sulle filiere agricole. Werebbe anche riconoscere che la crisi climatica non riguarda solo ciò che l’Occidente consuma sotto forma di cioccolato, ma anche ciò che accumula sotto forma di lingotti. Come sintetizza ancora Mowat, il principio vale per qualunque materia prima, cacao o oro che sia: «Se introduciamo una normativa senza un sistema di tracciabilità, la normativa è completamente inutile perché non sappiamo come applicarla». Finché questo doppio standard resterà in vigore, il Sud globale continuerà a sostenere il costo dell’innovazione regolatoria climatica, mentre il capitale più liquido e meno tracciabile del pianeta continuerà a muoversi indisturbato.

Questa inchiesta è stata realizzata con il supporto di Internews’ Earth Journalism Network in collaborazione con Afia Agyapomaa. Foto: Festus Randy Jackson-Davis 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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