Quali dati ESG contano davvero nelle decisioni di investimento?


La domanda non è più se gli investitori guardino ai dati ESG, ma quali informazioni siano davvero in grado di incidere sulle decisioni di investimento. È da questo interrogativo che è partito il workshop digitale di apertura della Sustainability Week, organizzato da Borsa Italiana in collaborazione con il Forum per la Finanza Sostenibile: un confronto tra emittenti, analisti ESG, portfolio manager e specialisti di finanza sostenibile per capire come i KPI di sostenibilità vengono oggi utilizzati, quali dati sono considerati più affidabili e soprattutto come la sostenibilità stia entrando sempre più direttamente nelle valutazioni finanziarie.

Il punto di partenza è una survey avviata da Borsa Italiana insieme al Forum per la Finanza Sostenibile, nata proprio dalle domande che le società quotate hanno posto negli ultimi due anni sul modo in cui gli investitori utilizzano i KPI di sostenibilità. I primi risultati, ancora preliminari perché il questionario resterà aperto fino alla fine dell’anno, mostrano che gli investitori continuano a utilizzare i provider esterni come principale fonte di dati, affiancandoli alle informazioni pubblicate direttamente dagli emittenti. Stando quindi ai dati presentati da Patrizia Celia, Head of Large Caps and Investment Vehicles di Borsa Italiana, il 50% dei rispondenti dichiara di utilizzare provider esterni come principale fonte dei KPI di sostenibilità in aggiunta alle informazioni provenienti direttamente dagli emittenti. Inoltre, il 50% degli investitori dichiara di utilizzare dati ESG stimati solo nel 20% dei KPI, un’indicazione, è stato sottolineato, della crescente attenzione alla qualità e alla robustezza del dato.

Ancora più significativo è il peso delle informazioni prospettiche. Il 46% degli investitori dichiara di utilizzare dati forward looking, mentre la medesima quota adotta un approccio bilanciato tra informazioni backward looking e forward looking. Inoltre, per verificare l’affidabilità dei dati, il 47% dei rispondenti effettua confronti tra diversi information provider e il 27% ricorre anche a una verifica diretta con gli emittenti. I KPI vengono aggiornati generalmente con frequenza trimestrale o in modo continuo quando le società diffondono informazioni materiali. Quanto agli utilizzi di questi dati, prevalgono il reporting, lo screening, indicato dal 28% dei rispondenti, e la costruzione dei portafogli, al 22%. Restano però due criticità centrali: qualità e comparabilità dei dati, anche all’interno dello stesso settore.

È su questo terreno che si è sviluppato il workshop digitale “La prospettiva degli investitori sull’evoluzione dell’ESG” che ha aperto i lavori della Sustainability Week.

Dai dati ESG alla qualità del dato: cosa cercano gli investitori

Ad aprire i lavori è stato Gianfranco Di Vaio, responsabile Investor Relations di Cassa Depositi e Prestiti e presidente di AIR, l’Associazione Italiana Investor Relations, che ha portato al confronto il punto di vista degli emittenti. La sua lettura è quella di un cambiamento di paradigma nel rapporto tra società e mercato: se in una prima fase la sostenibilità era soprattutto una questione di narrativa, adesione a principi e standard e costruzione di una reputazione, oggi il mercato chiede sempre più execution, integrazione nei processi aziendali e capacità di dimostrare attraverso KPI misurabili il percorso intrapreso. “Le parole chiave nel nuovo rapporto tra investitori ed emittenti sono qualità, attendibilità, confrontabilità e trasparenza”, ha affermato Di Vaio.

La crescente strutturazione della rendicontazione, anche per effetto della regolamentazione, ha migliorato la base informativa disponibile al mercato, ma ha comportato costi e un significativo impiego di risorse, soprattutto per le aziende di dimensioni più contenute. Da qui l’esigenza di non limitarsi alla grande mole di informazioni contenuta nella rendicontazione, ma di individuare e comunicare in maniera selettiva i KPI realmente materiali per il business. In questo senso, Di Vaio ha richiamato l’utilità di documenti più sintetici e mirati, come i Sustainability Profile, capaci di accompagnare la disclosure regolamentare con una rappresentazione più immediata dei dati materialmente rilevanti e del loro collegamento con la strategia aziendale. Anche sul fronte dei rating ESG, secondo Di Vaio, sta cambiando il modo in cui gli investitori utilizzano le informazioni prodotte dalle agenzie specializzate. Il rating sintetico non viene necessariamente assunto come una valutazione definitiva della società, ma può diventare il punto di partenza per un’analisi più articolata. “Gli investitori tendono sempre più a utilizzare i grandi provider come data provider”, ha spiegato il presidente di AIR, “alimentando poi modelli e valutazioni interne”. Il valore del provider sta quindi sempre più nella disponibilità di dati e indicatori che possono essere elaborati e confrontati dall’investitore, mentre la valutazione finale viene costruita all’interno del proprio processo di analisi. Per gli emittenti diventa quindi fondamentale fornire dati solidi, verificabili e sufficientemente dettagliati da poter essere utilizzati non soltanto per ottenere un rating, ma per alimentare le analisi e le valutazioni degli investitori.

KPI ESG e decisioni di investimento: perché conta la traiettoria

L’incontro è proseguito con la tavola rotonda, moderata da Arianna Lovera, Deputy Executive Director del Forum per la Finanza Sostenibile, che ha portato al centro il punto di vista di chi quei dati li utilizza quotidianamente. Al panel hanno partecipato Aldo Bonati, Stewardship and ESG Networks Manager di Etica SGR, Ilaria Gentili, Senior ESG Analyst di Eurizon Capital, Dario Mangilli, Head of Sustainable Investing di IMPact SGR, e Oriana Bastianelli, Head of Analysts and ESG di Kairos Partners.

Il messaggio principale che è emerso è che non esiste un singolo provider capace di offrire tutte le informazioni necessarie. Ilaria Gentili ha spiegato che “la disclosure degli emittenti e i dati dei provider esterni continuano ad avere un valore significativo, proprio perché metodologie diverse permettono di osservare la stessa società da prospettive differenti”. Nel caso di Eurizon, le informazioni provenienti da più fonti vengono integrate in un framework proprietario utilizzato per valutare il percorso di transizione degli emittenti e monitorarlo nel tempo. È quindi il passaggio dal dato isolato alla lettura della traiettoria a rappresentare uno degli elementi più rilevanti emersi dal confronto. I KPI servono a capire non soltanto dove si trova un’azienda, ma anche se gli obiettivi dichiarati sono credibili, se vengono effettivamente implementati e quali conseguenze possono avere sul modello di business. In questo senso, il dato ESG diventa uno strumento per definire anche le priorità di engagement e per orientare il dialogo con gli emittenti.

L’intelligenza artificiale, dal canto suo, può rendere più efficiente la gestione di una quantità crescente di informazioni, ma non sostituisce, almeno nell’approccio descritto dai relatori, il lavoro dell’analista. Anzi, è proprio l’analisi qualitativa a permettere di comprendere la credibilità degli impegni e di verificare se dietro un KPI o un target esista effettivamente una strategia.

Aldo Bonati ha insistito sulla stessa distinzione, invitando le aziende a considerare i dati non come un esercizio formale ma come uno strumento che viene letto dagli investitori. Etica SGR utilizza una metodologia proprietaria alimentata da diversi data provider e guarda soprattutto ai singoli indicatori e agli outlier, più che al rating sintetico. In un universo di circa 4.000 nomi, ha spiegato Bonati, i dati servono innanzitutto a individuare le società sulle quali concentrare l’analisi qualitativa e l’attività di dialogo. “Anche per questo la disponibilità del dato diventa determinante: quando un’informazione non è disponibile, può essere necessario stimarla, ma una stima basata su una media di mercato rischia di non rappresentare correttamente la situazione della singola azienda”, ha dichiarato Bonati.

Oriana Bastianelli ha, invece, sintetizzato il tema con un principio destinato a tornare più volte nel corso del workshop: “meno, ma meglio”. Gli emittenti, secondo Bastianelli, dovrebbero riportare le informazioni sulla base della propria materialità di rischio, mantenendo una disclosure utile anche ai provider e agli investitori. E la sostenibilità dovrebbe essere sempre più integrata nella struttura di governance e nei comitati di rischio, perché eventi come le ondate di calore o altri fenomeni climatici estremi hanno ormai conseguenze che riguardano direttamente il business.

La seconda parte del primo panel ha spostato il focus dalla fotografia del passato alla capacità di capire dove un’azienda sta andando. È qui che entra in gioco il dato forward looking: target, piani di transizione, investimenti e capacità concreta di adattare il modello di business.

Dario Mangilli ha ricordato che il contesto sta cambiando a una velocità tale da rendere insufficienti valutazioni basate esclusivamente su rating statici e dati storici. “Fenomeni considerati fino a poco tempo fa di lungo periodo, dal cambiamento climatico alla transizione demografica, stanno già producendo effetti immediati sui modelli di business, sulle catene del valore, sulla disponibilità degli input produttivi e sui costi”. Per IMPact SGR, questo significa integrare sempre più strettamente valutazione finanziaria e valutazione di impatto. Gli impatti positivi e negativi vengono monetizzati e valutati in prospettiva, con l’obiettivo di integrarli nella valutazione finanziaria e, quando necessario, nei target price e nelle prospettive di crescita. La sostenibilità, in questa prospettiva, non è più semplicemente reporting ma è una componente dell’analisi finanziaria.

Un altro tema emerso dal confronto è quello dell’adattamento che è diventato particolarmente rilevante. La resilienza idrica, energetica e logistica entra nella valutazione della capacità futura di un’impresa di operare in un contesto più instabile. Una siccità che riduce la disponibilità di acqua, un problema logistico o un aumento della variabilità dei costi energetici possono essere contemporaneamente rischi ESG e rischi finanziari. E allo stesso modo l’adattamento può diventare un’opportunità di crescita per le aziende che forniscono prodotti e servizi necessari a rendere più resilienti altri modelli di business.

In conclusione Aldo Bonati ha allargato la riflessione alla biodiversità, sottolineando come il tema sia ancora meno facilmente quantificabile rispetto al cambiamento climatico, ma stia entrando progressivamente nell’analisi dei portafogli. Anche in questo caso, però, la questione centrale resta la stessa: non basta dichiarare una policy, occorre capire se viene attuata, con quali obiettivi e con quali risultati.

Per gli emittenti, il messaggio emerso dal confronto è meno attenzione alle sole policy e più evidenza di investimenti, target e risultati misurabili. Mangilli lo ha sintetizzato con l’espressione “meno policy e più capex e linee target”. È un approccio che riflette un cambiamento più ampio. Come ha osservato Mangilli, “è già stato superato il confine netto tra sostenibilità e valutazione economico-finanziaria”. I fattori ESG, dunque, entrano sempre più nella lettura del business, dei rischi e delle prospettive future dell’impresa. Per questo, il valore di un dato ESG non dipende dalla quantità di informazioni disponibili, ma dalla sua capacità di aiutare l’investitore a capire dove sta andando l’azienda e quali effetti quella traiettoria può avere sul suo valore.

Quando i dati ESG entrano davvero nelle decisioni di investimento

Il secondo panel, moderato da Federica Rampinini, Senior Responsible Investment Manager del PRI, ha affrontato il passaggio decisivo: come arrivare dai KPI alla scelta concreta di investimento. Al confronto hanno partecipato Simone Benini, Portfolio Manager di AcomeA SGR, e Gianluca Pediconi, Portfolio Manager di MOMentum Alternative Investments.

Simone Benini ha individuato due questioni centrali, ovvero disponibilità e uniformità del dato. La maggiore disclosure prodotta negli ultimi anni ha ampliato le informazioni a disposizione degli investitori, ma la moltiplicazione dei provider ha creato anche un problema di comparabilità. Rating diversi possono infatti produrre valutazioni differenti sulla stessa società e, di conseguenza, influire sull’ammissibilità di un investimento e sulla costruzione dei portafogli. La soluzione, secondo Benini, “non è fermarsi al punteggio sintetico, ma aumentare la granularità dell’analisi, individuando KPI specifici per settore e integrandoli con la valutazione della materialità finanziaria”. Il rating può quindi rappresentare un primo filtro, ma la decisione richiede di capire quali dati siano davvero rilevanti per quella specifica azienda e per il settore in cui opera. Benini ha portato l’esempio di un caso di engagement nel quale il confronto tra investitore, emittente e provider ha permesso di chiarire una criticità nel rating e rendere la società investibile. Un intervento che mostra come l’engagement con l’emittente possa contribuire non solo a migliorare la qualità del dato, ma anche a ridurre le disparità tra le valutazioni dei diversi operatori.

Pediconi ha invece insistito sulla progressiva scomparsa del confine tra analisi finanziaria e sostenibilità. “La materialità finanziaria resta il punto di arrivo del processo dell’asset manager, chiamato a produrre per i clienti un rendimento corretto per il rischio, ma i KPI ESG possono diventare strumenti per individuare rischi, opportunità e potenziale di creazione di valore”. Per questo, secondo Pediconi, il dato deve essere letto nel suo contesto. Un valore assoluto, preso da solo, può dire poco: “sapere quanta CO2 emette un’azienda non è sufficiente se non si considera la dimensione e il tipo di attività svolta. Allo stesso modo, una riduzione delle emissioni non è necessariamente un segnale di miglioramento se deriva semplicemente da una contrazione della produzione, come abbiamo visto ai tempi del COVID”. L’analisi deve quindi guardare al dato relativo, al trend e al contesto nel quale si muove l’impresa.

In questa prospettiva, l’investitore non guarda necessariamente alle società che sono già “campioni” della sostenibilità, ma soprattutto a quelle che stanno cambiando e il cui potenziale non è ancora pienamente riflesso nelle valutazioni di mercato. È qui che l’analisi ESG assume una dimensione più propriamente finanziaria: un intervento sulla catena di fornitura, ad esempio, può tradursi nel tempo in maggiore efficienza, minori rischi operativi e un miglioramento della performance economica. È questa lettura contestualizzata che permette di distinguere un miglioramento reale da un semplice effetto statistico e di trasformare un KPI di sostenibilità in un’informazione utile per la decisione di investimento. L’investitore non guarda quindi soltanto a dove si trova oggi una società, ma alla direzione in cui si sta muovendo e alla capacità di quella trasformazione di tradursi nel tempo in effetti economici e finanziari.

Lo stesso ragionamento porta a mettere in discussione anche l’esclusione come principale strumento di investimento sostenibile. Pediconi ha infatti osservato che l’esclusione è certamente l’approccio più semplice da applicare e da verificare, ma non necessariamente quello capace di produrre i maggiori benefici. Se un intero settore viene escluso, infatti, si riduce anche la possibilità per gli investitori di esercitare engagement e accompagnare le società nel percorso di trasformazione.

In conclusione, Benini ha osservato che questa evoluzione sta coinvolgendo anche le figure professionali: sempre più spesso non è più necessario distinguere tra un analista ESG e un analista finanziario, perché la sostenibilità entra direttamente nel lavoro del gestore e dell’analista. È, in fondo, il paradosso positivo di questa evoluzione, dove l’obiettivo della sostenibilità integrata è arrivare a un punto in cui non sia più necessario trattarla come un’analisi separata, ma come una componente naturale della valutazione dell’impresa, dei suoi rischi e delle sue prospettive di creazione di valore.

Come sta cambiando la finanza sostenibile

La mattinata si è chiusa allargando ulteriormente lo sguardo al rapporto tra imprese, banche e mercato. Giuseppe Angeloni, Vice President ESG Advisory della divisione IMI CIB di Intesa Sanpaolo, intervistato da Caterina Crociata, Listing Senior Account Manager di Borsa Italiana, ha infatti osservato come anche la finanza sostenibile stia passando da una logica concentrata sulla struttura dello strumento a una valutazione più ampia dell’investimento sottostante, degli asset finanziati e degli impatti ambientali e sociali prodotti.

Angeloni ha ricordato che il mercato della finanza sostenibile ha superato i 900 miliardi di euro di volumi nel 2025, con una ripresa nel 2026 soprattutto nel comparto obbligazionario e nei settori energy e utilities. Il cambiamento, però, è soprattutto qualitativo. Nelle operazioni di project finance, ad esempio, la due diligence dei finanziatori presta crescente attenzione ai rischi ambientali e sociali legati al progetto, anche attraverso framework esterni come gli Equator Principles. La valutazione di questi rischi non si esaurisce quindi nella fase iniziale dell’operazione, ma prosegue nel tempo attraverso attività di monitoraggio e gestione, collegando sempre più strettamente ESG, risk management e allocazione del capitale.

La prospettiva emersa nell’ultimo confronto completa così il quadro della mattinata: dalla qualità del dato alla decisione di investimento, fino alla destinazione concreta del capitale. La finanza sostenibile si sta spostando dalla valutazione del singolo strumento alla comprensione dell’investimento che quello strumento finanzia, dei rischi che incorpora e degli effetti che può produrre nel tempo. Un approccio più ampio, nel quale transizione, adattamento, resilienza e competitività diventano dimensioni sempre più integrate nelle decisioni di finanziamento.

Quattro messaggi per imprese e investitori

Caterina Crociata, Listing Senior Account Manager di Borsa Italiana ha quindi tirato le fila di questa mattinata evidenziando i quattro messaggi emersi dai vari panel.

Il primo riguarda il crescente interesse degli investitori per i fattori di sostenibilità. Gli investitori continuano infatti a integrare questi elementi nei propri processi decisionali e non emerge alcun segnale di disinteresse. Al contrario, cresce l’attenzione alla qualità, alla comparabilità e alla selettività dei dati, ma soprattutto alla credibilità delle strategie e alla loro capacità di rappresentare gli aspetti realmente materiali per il business. Non conta quindi tanto la quantità delle informazioni disponibili, quanto la loro qualità e rilevanza.

Il secondo messaggio riguarda, invece, il ruolo dei rating, delle certificazioni e degli strumenti di validazione esterna. Questi continuano a essere rilevanti perché contribuiscono ad aumentare trasparenza e credibilità. Come emerso dai panel, tuttavia, non sostituiscono il giudizio degli investitori: l’analisi proprietaria continua a svolgere un ruolo fondamentale. Gli investitori vogliono infatti comprendere la sostanza delle strategie aziendali, andando oltre i singoli indicatori e rating.

Il terzo messaggio tratta invece del passaggio da una prospettiva prevalentemente backward-looking a una sempre più forward-looking. Gli investitori vogliono comprendere sempre più la capacità delle imprese di affrontare il futuro e, in particolare, la credibilità dei loro piani di transizione, la resilienza delle infrastrutture e delle filiere e la capacità di gestire i rischi climatici. Sono temi che fino a poco tempo fa occupavano uno spazio più limitato e che oggi assumono invece un ruolo sempre più centrale anche nel dialogo tra imprese e investitori.

Infine, il quarto messaggio riguarda il dialogo tra imprese e investitori e l’integrazione della sostenibilità nella strategia aziendale. Emerge con sempre maggiore forza che la sostenibilità non è più un tema separato né una responsabilità affidata esclusivamente ai team dedicati, ma una componente integrante della strategia aziendale. La sostenibilità diventa quindi un tema sempre più radicato nei board e nei processi decisionali delle imprese.


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